Un pentito: «In viale Jenner appelli alla guerra santa»

In tutte le moschee del mondo, il venerdì si ascolta la predica dell’imam. Nella moschea milanese di viale Jenner invece di preghiere se ne ascoltavano due. Prima la preghiera «ufficiale», quella dell’imam Abu Imad: pacata, ricca di riferimenti religiosi, attenta ad evitare toni radicali, appelli alla jihad e estremismi vari. Peccato che subito dopo, sbrigata l'ufficialità, di sermone ne arrivasse un altro. La parola passava ad un predicatore barbuto di nome Abu Salah, e i toni cambiavano all’improvviso: appelli al martirio, la promessa delle settantadue vergini che attendono in paradiso chi muore per l’Islam. Insomma, l’armamentario più classico della propaganda di Al Qaida. Il dettaglio singolare è che la predica terrorista avveniva con la benedizione dell’imam Abu Imad, lo stesso che poco prima, nella stessa moschea, aveva invitato alla pace e alla fratellanza tra i popoli.
A raccontare la storia della doppia predica di viale Jenner è il nuovo pentito salito in questi giorni alla ribalta dei processi milanesi al radicalismo islamico. Si chiama Tlili Lazhar, tunisino: grazie alla conversione all'Islam ha abbandonato la sua tranquilla vita da spacciatore di fumo in piazza Vetra per diventare un miliziano del terrore, addestrato nei campi di Osama bin Laden in Afghanistan. L’altro ieri, per la seconda volta, Lazhar è tornato a testimoniare nel processo che vede sul banco degli imputati un gruppo di suoi ex correligionari: tra cui proprio Abu Imad, l’imam di viale Jenner. E la scena merita di essere raccontata. Abu Imad, che è a piede libero, arriva in aula prima che inizi l'udienza. Caffettano bianco, la solita aria rilassata, lo sguardo acuto dietro le lenti. Già all'udienza precedente, su di lui il pentito ha scaraventato un bel po' di accuse: era l’imam, ha detto Lazhar, a permettere che in viale Jenner circolassero liberamente le cassette con gli appelli alla guerra santa. Ma Abu Imad non si scompone: «Questo Lazhar - dice ai cronisti - proprio non me lo ricordo, d’altronde in moschea arrivano tremila persone alla settimana... Io sono l'imam, tutti si ricordano di me, ma io non mi posso ricordare di tutti». E le cassette? «Quelle cassette non circolano solo in viale Jenner, circolano in tutto il mondo. Sono filmati che raccontano cosa è successo in Bosnia, cosa è successo in Cecenia. È proibito? Per quel che ne so io, non contengono propaganda terrorista, non c'è di mezzo Osama...».
Ma subito dopo viene piazzato il paravento bianco che protegge i pentiti: arriva Tlili Lazhar e scarica sull’imam una nuova serie di accuse, a partire dalla faccenda della doppia predica. Fa il nome di Abu Salah (che dovrebbe essere Abdel Kader Es Sayed, morto combattendo da qualche parte nel mondo) come protagonista della propaganda integralista. Racconta che in viale Jenner le infiammate prediche di Abu Salah erano più affollate di quelle ufficiali dell'imam. E quando il pm Elio Ramondini gli chiede chi fosse ad autorizzare Abu Salah a seminare il verbo radicale risponde senza giri di parole: «Credo che fosse l'imam. In moschea non comandano tre o quattro. In moschea comanda uno solo».