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Per la centesima volta: non c’è niente di strano se il Corriere della Sera ogni tanto pretende di stampigliare un timbro di ufficialità sopra delle verità risapute, ma quando pretende di piantarci pure la bandierina dello scoop, suvvia, ci lasci almeno ironizzare. Ieri in prima pagina aveva questo strillo: «Pechino, in vendita organi dei condannati a morte». Una cronaca mediamente disinformata spiegava questo: «Un settimanale cinese ha rotto il silenzio». Ah sì? Noi pensavamo che l’avessero rotto: 1) un’inchiesta del Guardian nel settembre scorso; 2) Amnesty International in più occasioni; 3) l’associazione Nessuno tocchi Caino in altrettante; 3) l’associazione Human Rights Watch così pure; 4) una paginata del Giornale del 21 novembre; 5) una conferenza stampa di Harry Wu (presidente della Laogai Research Foundation) tenutasi il 18 novembre a Milano, col particolare che nessun giornalista del Corriere vi ha presenziato. Nota a margine: sarà un po’ dura che in Cina venga costituita una seria commissione d’inchiesta sull’argomento (come il Corriere spiega) anche perché in Cina (come il Corriere non spiega) sono proprio le autorità a prelevare gli organi dei condannati a morte: appartengono ufficialmente allo Stato. I trapianti sono effettuati sotto supervisione governativa e il costo è inferiore del 30 per cento rispetto alla media europea. Ma non vorremmo, con ciò, anticipare un prossimo e puntuale scoop del Corriere.