Pep, il piacere di vincere e giocar bene

Sabato sera, quelle lacrime, improvvise e irrefrenabili, per certi versi inspiegabili, ci hanno donato una cornice di tenerezza assoluta distesa intorno al magnifico quadro dell’impresa realizzata dal Barcellona. Sei tituli, come direbbe Josè Mourinho, spalmati in dodici mesi hanno reso leggendaria oltre che irripetibile la striscia del Barcellona. Nessuno riuscirà a fare meglio: al massimo potranno solo avvicinarsi a questo gigantesco record. Le lacrime di Pep Guardiola, 39 anni, un ragazzo di sani sentimenti cresciuto dentro le viscere del club catalano, nella «cantera», settore giovanile, hanno raccontato al resto del mondo che si può ancora passare dalla condizione di apprendista a quella di allenatore vincente senza mai conoscere la via di mezzo, senza cedimenti improvvisi, senza concessioni alla stanchezza e all’abbuffata di titoli precedenti, la liga e la Champions.
Pep Guardiola ha vinto, stravinto e rivinto, utilizzando due strumenti semplici semplici: il gioco e la riforma del suo gruppo attraverso un sano utilizzo del calcio-mercato. Esordì lasciando partire Ronaldinho e Zambrotta, si è ripetuto qualche mese dirottando a Milano Eto’o per accogliere a braccia aperte Ibrahimovic. Era la sua lacuna dichiarata: ridotta fisicità del suo attacco, e l’ha colmata con lo svedesone che all’Inter ha portato in dono qualche scudetto ma nessun sigillo decisivo nelle sfide internazionali. Dopo il mercato, il gioco. Guardare il Barcellona è come sedersi in un salone del Prado, ammirando i capolavori che sono esposti nel mitico museo di Madrid. I suoi schemi si alimentano con la corsa, il pressing e la generosità di tutto il gruppo che può schierare anche improbabili titolari, come Pedro, per ritrovare, al momento opportuno, la strada maestra. «Arrigo, cerco un difensore che sappia cominciare l’azione, hai un consiglio da darmi?». Con questa frase, Pep Guardiola, qualche mese fa, chiamò al telefono il profeta di Fusignano dimostrando una fede infinita più che negli uomini e nel loro talento. Spiega la sua filosofia oltre che la strategia del Barcellona a lui affidato.
Certo, ha avuto anche un pizzico di «suerte». Perchè vincere col do di petto di Messi, la pulce, che è piccolino, e si è rimpicciolito ancora più, per centrare la palla trasformandola nella stoccata del successo. Gli dei spesso aiutano coloro che giocano un calcio piacevole e si ribellano all’idea, praticata dagli argentini, di menar le mani.