«Il Peppo Pontiggia, vita e passioni di un padre illustre»

Un uomo che amava la sua città, la scrittura ma soprattutto il figlio «nato due volte»

Luigi Mascheroni

Giuseppe Pontiggia come scrittore era di estro paradossale e ironico, impietoso nell’analisi psicologica, preciso nella lingua. E come padre? «Un uomo semplice, che sapeva ascoltare. E guardi che è una dote straordinaria. Per questo era un piacere stare con lui. Fino alla fine. Negli ultimi tempi aveva preso l’abitudine, dopo pranzo, di sdraiarsi a riposare. E si addormentava solo se c’ero io a tenergli la mano. Anche se era scomodo, non mi spostavo, per non svegliarlo». Andrea Pontiggia - che dal padre era inseparabile - ha 37 anni, un diploma in lingue, un posto da archivista al collegio San Carlo, in corso Magenta («scriva il nome del rettore, monsignore Aldo Geranzani, che so che ci tiene... ») e - proprio come il padre, il quale a un certo punto fu “arruolato” nel comitato per la Storia di Milano dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana - ha una passione per il passato della città e le tradizioni meneghine, che si traduce in un cinque-sei metri di scaffali di libri a tema, dal Bonvesin de la Riva tradotto a suo tempo da papà ai testi delle canzoni di Gino Negri, Jannacci, Svampa e compagnia del giro.
«Nel ’79 lasciò l’insegnamento, così aveva più tempo per scrivere, e anche per stare con me. Lavorava in casa. Spesso ci leggeva quello che scriveva, a me e a mamma. Gli interessava sentire le nostre reazioni. Lui ascoltava tutti, i critici come i semplici lettori. Ecco: un’altra sua grande virtù era la modestia. Senta: una volta venne da noi un tecnico per riparare la tv. Si stupì della quantità di libri e papà gli spiegò che era uno scrittore eccetera eccetera. Poi, prima che se ne andasse, gli regalò una copia del suo ultimo romanzo. Tempo dopo il tecnico tornò da noi per un altro lavoro e disse a mio padre che il libro gli era piaciuto molto, ma gli fece notare una frase con una virgola fuori posto... Sa papà cosa fece? Lo ringraziò del suggerimento e gli disse che ci avrebbe messo mano alla successiva edizione... ».
Una “ossessione”, quella per la riscrittura dei suoi romanzi, che tutti, a partire dagli editori, conoscevamo bene. Un’altra - leggendaria - era quella per il cibo («una vita sempre in dieta, la sua»). Ma la “peggiore”, nota in mezza Europa («ha arricchito un centocinquanta antiquari sparsi da Palermo a Londra»), era quella per i libri. Ancora fino a poco tempo fa, chi metteva piede a casa Pontiggia («io la chiamavo il San Vittore dei libri») si imbatteva in qualcosa come... «... diciamo 40mila libri, volume più volume meno. Oggi sono tutti a Vigevano, in una sede distaccata della Braidense, in attesa che sia pronta qui a Milano la Biblioteca europea, all’ex stazione di Porta Vittoria». Ma Peppo era più goloso di cibo o di libri? «Di libri, di libri. Al cibo, quando voleva, sapeva rinunciare. Ai libri, mai. Una passione ereditata dal padre. Il piacere della lettura l’aveva scoperto a otto anni, leggendo Salgari. Nessuno sa quanto Peppo ha speso in libri nella sua vita. Diceva sempre che la costruzione della biblioteca è la distruzione di un reddito. I libri li amava fisicamente. Non ci crederà, ma papà li leggeva senza aprirli. Sì, nel senso che li apriva solo in parte, senza spalancare frontespizio e quarta di copertina, per non rovinare la costola. Una volta, dietro insistenza, ne diede in mano uno a un amico, che lo aprì come farebbe chiunque di noi. Papà rimase di malumore tutto il pomeriggio. Fino a che il giorno dopo la mamma gliene andò a comprare un’altra copia in libreria».
Ecco, le librerie. La parte di Milano che Pontiggia conosceva meglio, e amava di più. «Quando uscivamo a fare un giro, in taxi perché papà non ha mai avuto la patente, chissà perché finivamo sempre in libreria: da Hoepli, alle Feltrinelli o alle Paoline, oppure a curiosare in qualche bancarella». Ma gli sarà piaciuto qualcos’altro di Milano? «I cortili. Sì, amava i cortili, le vecchie case di corte». Lambrate, dove abitava da ragazzo, i Navigli, poi la zona della Cattolica, dove fece l’università, e la zona di corso Buenos Aires, dove si trasferì nel ’67 e dove ha abitato fino alla fine: era questa la “sua” Milano, quella che nel 2001 gli conferì l’Ambrogino d’oro. «Mi raccontava delle ville, dei vecchi palazzi, delle case che gli piacevano, come quelle in corso San Gottardo che aveva descritte nel Giocatore invisibile, o la sede del vecchio Credito italiano, che diede vita a La morte in banca... ». E anche alla carriera letteraria di Pontiggia, uno dei massimi scrittori italiani del ’900. Dopo quel libro che piacque così tanto a Vittorini («era il ’53, fu lui a convincere papà a dedicarsi alla narrativa e iscriversi a Lettere, cosa che fece: di giorno lavorava in banca e di sera studiava sugli appunti che gli passava un suo amico, Vanni Scheiwiller»), arrivarono gli anni del Verri, quelli dell’insegnamento alle scuole serali del Comune di Milano, quelli delle consulenze editoriali (Adelphi e Mondadori) e infine gli anni in cui si mise “a scrivere sul serio”: l’ex ragazzone grande così, col naso da pugile e l’hobby degli scacchi, spalle imponenti e sorriso sornione, era diventato uno Scrittore. «Anche se, mi creda, l’aspetto dell’intellettuale non l’aveva per nulla: in casa stava sempre in tuta e quando usciva semmai era mamma che gli sceglieva i vestiti. Ma a lui non è mai interessato molto il lato - come dire? - esteriore, della vita. Ecco, semmai i capelli. L’unica sua vanità. Ci teneva ad averli sempre in ordine, fin da giovane andava apposta in Svizzera a comprare una certa lozione “miracolosa”... A me invece mi prendeva in giro perché già a vent’anni ho iniziato a perderli. Cosa gli rispondevo? Che l’importante è quello che c’è dentro la testa delle persone, non sopra».
Saggi, romanzi, traduzioni, pezzi giornalistici come quelli per l’inserto della domenica del Sole-24 ore a cui iniziò a collaborare chiamato dall’amico Armando Torno: l’elenco dei libri di Pontiggia è lungo come uno degli scaffali del suo studio. Se i premi letterari rappresentano davvero un metro di giudizio (ma il Peppo non ci credeva molto), allora vanno citati almeno lo Strega nell’89 per La grande sera, il Super Flaiano per Vite di uomini non illustri nel ’93 e il Campiello, nel 2001, per Nati due volte.
Nati due volte racconta il rapporto di un padre col figlio disabile: cosa succede in famiglia, come si evolvono le paure, come reagiscono gli amici, i medici, “la gente”.
Giuseppe Pontiggia è morto il 27 giugno del 2003. Da allora, dice la signora Lucia, «non passa giorno senza che Andrea non parli di suo papà». Andrea Pontiggia è nato il 31 ottobre 1969, disabile: tetraparesi spastica distonica. Come il protagonista di Nati due volte. Vuole leggerne una pagina. L’intervista è durata moltissimo, Andrea parla a fatica, con difficoltà. Chiedo se non ha paura di affaticarsi. «Per papà lo faccio volentieri», risponde. E apre il libro.