Pera non vede segni di crisi: «Della fine di Berlusconi parla chi vuole sostituirlo»

«Non ho ancora capito qual è il progetto neocentrista. So soltanto che le fondamenta della casa comune vanno poste prima del voto»

Francesco Kamel

da Roma

Il presidente del Senato Marcello Pera torna ad affrontare i grandi temi della politica italiana in un colloquio-intervista con Giovanni Orsina, direttore scientifico della Fondazione Einaudi, che verrà pubblicato il 16 settembre su Ideazione: bimestrale di area liberale fondato nel 1994 da Domenico Mennitti.
Il dialogo prende avvio dal tema della presunta fine del «Berlusconismo». La risposta di Pera, che introduce quello che poi sarà il suo atteso intervento a Gubbio, è articolata: se con questo termine si intende il programma di governo del 2001 «ci sono difficoltà ma non vedo segni particolari di crisi»; se invece si intende «l'insieme delle aspettative della società italiana incarnate da Berlusconi nel 1994» va detto che il premier «ha cercato di soddisfarle nei limiti consentiti dalla situazione e da un governo con grande maggioranza». Se infine ci si riferisce ad una fine politica di Berlusconi, Pera rileva che «lo sostiene in particolare chi vuole sostituirlo». Il presidente del Senato affronta anche le anomalie di Forza Italia e sottolinea che «non c'è dubbio che non aver trasformato il movimento in un partito autentico sia stato un errore» mentre un «secondo errore» è stato commesso «dopo la vittoria elettorale quando tutti i principali dirigenti del partito si sono trasferiti al governo. Così il partito si è svuotato e tutte le mediazioni e anche le difese del governo sono ricadute sul governo medesimo».
Ma Pera è interessato soprattutto alla difesa del bipolarismo. Per questo non dà sponde a chi vuole un terzo polo. Il Neocentrismo? «Certo, potrebbe anche significare una politica. Solo, io non ho ancora capito quale». E ancora: «Capisco e largamente condivido le esigenze del professor Monti, ma i conti delle riforme bisogna farli con quello che passa il convento» e poi «neppure ho capito che cosa sia il neocentrismo quando è stato evocato da alcuni settori della maggioranza».
È il partito unitario del centrodestra l’argomento che sta più a cuore a Pera: «Non era solo una buona idea, ma lo resta. Servirebbe a rafforzare il bipolarismo, e per altre cose ancora». Per questo ritiene che «sia stato un errore avere rinviato la costituzione del partito unico a dopo le elezioni» così come è stato un errore «non aver messo in piedi la federazione dell'Ulivo». Ma Pera non demorde e dice: «Si potrebbe - io credo che si dovrebbe - almeno iniziare fin da subito con un nucleo, una federazione o unione fra organismi dirigenti, un'assemblea unica almeno fra parlamentari, la elezione di dirigenti nazionali comuni in vista delle elezioni, un congresso o una convenzione prima del voto».
Il presidente del Senato è invece cauto sulla riforma elettorale: «Non mi scandalizzo. Ma c'è proporzionale e proporzionale, in particolare c'è quello compatibile col bipolarismo e quello no. Mi scandalizzerei, naturalmente, e sarei di opinione contraria, se si pensasse al ritorno della legge di prima, quella delle “mani libere”: io, elettore, do il voto alla tua lista, tu, eletto, ne fai l'uso nella combinazione parlamentare che ti pare». Pera si dice «stupito che la nascita del partito unico sia fatta dipendere dalla legge proporzionale: se il partito unico lo si vuol fare, si può farlo anche con questa legge e, con qualche correzione tecnica che comunque è necessaria, forse lo si può fare meglio». Pera vuole tenere distinte le cose: «Ritengo che anteporre a tutta la questione del partito unico la legge proporzionale sia o una scusa o una scappatoia o un desiderio mascherato di fare altro, forse una coalizione diversa con un leader diverso. Questo sarà anche una bella cosa, ma è un'altra cosa».
Nel colloquio con Ideazione, Pera è intervenuto su molti temi: «insufficienza culturale del centrodestra», «indiscriminato americanismo», dialogo tra laici e cattolici («non è qualcosa di occasionale, ma di profondo»), Costituzione europea ed infine sulle polemiche suscitate dall’intervento di Pera al meeting di Comunione e liberazione. Il presidente del Senato ritorna sulla questione esprimendo il suo pensiero: «Le nostre democrazie liberali sono opulente di ricchezza e grasse di benessere, ma povere di valori morali e misere di spiritualità. Il risultato di questa crisi è che in Europa viene meno l'identità, la quale si affievolisce, si diluisce, si disperde a favore dell’individualismo e del multiculturalismo, inteso come lo intendono i suoi teorici europei, e cioè come dottrina che difende non i diritti di libertà dei singoli, ma le comunità anche quando esse nuocciono alla libertà dei singoli. Per questo l'Europa diventa “meticcia” e per questo ho denunciato il meticciato culturale: questa dottrina del meticciato culturale è l'altra faccia della dottrina del relativismo morale. L'una tiene l'altra e tutte e due hanno conseguenze negative».