Perché abbiamo dato quella notizia sullo scudetto dell’Inter

Caro Direttore
ho letto le pagine sull’Inter e penso che si tratti di una ricostruzione di quanto avvenuto con un'ipotesi verosimile ma non per questo vera. So che mi risponderà che non è un'ipotesi sua, ma della Pg, ma si tratta di un atto poi valutato dall'autorità giudiziaria procedente e lasciato lettera morta. Grosso modo, è come se qualcuno fosse accusato da un gendarme di aver rubato la Gioconda e il Giornale pubblicasse la notizia dopo che il giudice si è già pronunciato posciogliendo l'imputato. Si è trattato solo della strada scelta per vendere di più. Un esercizio lodevole e quotidiano per un giornale, che ci garantisce un'informazione libera e aggressiva. Ma che oggi ha prodotto un errore. Che non va trascurato. Mi perdoni, allora, Direttore, se le chiedo di sapere quante copie in più ha venduto il Giornale di oggi rispetto a quello di venerdì scorso. Lo faccio perchè, da lettore, l'unica mia forma di protesta civile è sensata è quella di non comprare il Giornale per tanti giorni quante sono le copie vendute in più. È giusto che gli errori si paghino.
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Quante copie in più? Non lo so ancora. E non credo che sia questo il problema. Per carità: sarei un bugiardo se le dicessi che non cerchiamo di vendere ogni giorno di più in edicola (e che siamo contenti perché, fortunatamente, ci stiamo riuscendo in mezzo a mille difficoltà del mercato). Ma mi pare di capire che lei voglia darci una «punizione» per farci «pagare l’errore». Tutto perfetto, si capisce, a parte un piccolo particolare: l’errore dov’è? L’unico che io vedo al momento è nella sua lettera, quando lei fa il paragone della Gioconda e parla di «proscioglimento» dell’imputato. Eh no, caro Rivelli: in questo caso non c’è nessuno proscioglimento. Qui c’è un’informativa della polizia giudiziaria che il pm ha ritenuto così attendibile da depositare agli atti di un procedimento in corso. Punto. Trattasi di documento ufficiale, bollato e controfirmato. Non «lasciato da parte». Se voleva il pm poteva lasciarlo da parte, non l’ha fatto. L’ha depositato. È una notizia. E noi la diamo, perché questo è il nostro mestiere: dare le notizie, sia che esse riguardino l’Inter, il Milan o il Pescasseroli football club, sia che attengano al mondo del calcio piuttosto che a quello della politica o della cronaca. Ciò significa che quello che c’è scritto in quel rapporto sia vero? Assolutamente no. Ma questo vale anche quando diamo notizia di un fermo di polizia per un furto (anche senza scomodare la Gioconda): il fermato è davvero un ladro? E se abbiamo dei dubbi sull’operato della polizia che facciamo? Tacciamo la notizia o la diamo esprimendo quei dubbi? Io credo che le notizie si debbano dare. Sempre. E poi si esprimono i dubbi. Sulla stranezza di quell’indagine, in effetti, ci siamo soffermati con il commento di Cristiano Gatti. Non le sarà sfuggito. L’articolo era intitolato: «Ecco il Bar Sport del tribunale» e ironizzava sulla giustizia che perde tempo su classifica avulsa e calci di rigore. Il sottotitolo era: «Non avevano proprio niente di meglio da fare?». Mi dica la verità, caro Rivelli: secondo lei un giornalista che viene a sapere una notizia che cosa deve fare? Girare la testa dall’altra parte? Nascondere il documento sotto il tappeto? O portarlo alla conoscenza di tutti? Lei dirà: quel documento «è una buffonata». Può darsi. Ma se proprio vuole punire qualcuno si rivolga a chi ha chiesto il rapporto, o chi l’ha compilato, o chi l’ha messo agli atti. Non a chi ha ne ha denunciato l’esistenza facendo (bene) il suo lavoro.