Perché Bossi è tornato Senatùr

Quel Bossi, certo ancora provato e ingrigito, ma coi capelli diritti e che ritorna allo sghignazzo di una volta, e all'idea di far insorgere il Nord, è da prendersi sul serio. Il richiamo alla lotta «dove si rischia di morire» non può infatti soltanto ridursi al bisogno di riprendere la scena, e distinguersi da Berlusconi. Né basterebbe dire Bossi solo eccitato dal suo evidente ritorno ad una migliore salute. C'è ben più della schermaglia politica o del ritorno ad una esuberanza, di cui ci si deve rallegrare, perché a uno come Bossi non si può che voler bene. A rendere così seri questi suoi discorsi c'è il disfarsi di uno Stato che ha eccelso in tasse e bugie, ma è impotente a proteggerci. Prigioniero delle chiacchiere, il governo del povero Prodi ci ha lasciato soli. Ad aver paura di girare per le nostre città, come in un passaggio di fronte interminabile, e che lascia agli stranieri troppa licenza di malfare. Ben povera consolazione è l'agonia interminabile del governo: ci si sente ormai tutti persi, in un grande vuoto. E dovesse protrarsi è proprio questo vuoto che costringerà la Lega a tornare quella di una volta, quindi a radicalizzarsi.
A riconferma che il vuoto in politica esiste solo per essere riempito: infatti stavolta dietro Bossi c'è ben più che l'incerta ideologia della Padania. C'è il configurarsi di un contropotere che s'incarica di supplire ad uno Stato impotente a difenderci coi ministeri romani. Duecento sindaci del Nord stanno ormai adottando l'ordinanza sugli extracomunitari del sindaco veneto di Cittadella. Quel certo Massimo Bitonci, indagato per il suo provvedimento e però prosciolto dal procuratore generale di Padova, e che, di fatto, persino i sindaci di sinistra più sensati vorrebbero imitare. Perché appunto nel vuoto in cui siamo i sindaci leghisti hanno supplito a delle funzioni alle quali lo Stato pare aver rinunciato. Evidenza palese ormai proprio a tutti, comunisti di provata fede compresi, quando non siano persi nel delirio o in una qualche greppia. La qualcosa però è la riprova di una situazione ch'è ben più grave delle proteste per Tangentopoli o della disgrazia di Craxi. Quello che patimmo allora, a ripensarci, è meno di quanto si sta vivendo oggi. Il povero Prodi ha fatto peggio delle consorterie socialiste. Ci ha inondato di tasse e chiacchiere, ma riducendoci a non sentirci sicuri nemmeno a casa nostra.
Insomma a rendere più serie che mai le parole di Bossi c'è un precipitare della crisi della Repubblica Italiana. E come poi trascurare che sono stati dei cacciatori con le loro doppiette che a Treviglio hanno tenuto a bada i due banditi stranieri? Un altro sintomo che al Nord il degenerare della situazione non poteva, e non può durare. E come fanno adesso il prefetto di Bergamo ed Amato a minacciare lo scioglimento dei consigli comunali perché i sindaci non vogliono sposare i clandestini? Quello che fu uno dei precari visir di Craxi, e oggi purtroppo è ministro dell'Interno, sarà pure un dottor sottile, ma non gli sarà facile contraddire Bossi. Il quale davanti alla prefettura di Bergamo era in comizio accanto a uno striscione con scritto sopra: «I nostri sindaci con la gente, lo Stato con il delinquente». E chi può dissentirne dopo tutte le brutte cose che questo governo ha lasciato fare agli stranieri a casa nostra? Il radicalizzarsi della Lega è un esito logico dei fatti. Venendo meno lo Stato alla sua prima funzione, che non è quella di tassare ma di assicurare il rispetto delle leggi, prende forza fattuale l'idea di crearne un altro. Come appunto vuole la Lega. E sarebbe un grave errore per chiunque non tenerne conto. L'agonia senza fine del governo Prodi, e ogni altro indugio alle elezioni, rischia di rovinare davvero senza rimedio la nazione.
Geminello Alvi