Perché Casini non può salvare il governo

La strada è molto stretta per tutti. Lo è per il centrosinistra che teme di subire martedì un colpo e lo è anche per il centrodestra che rischia di presentarsi al Senato diviso. La difficoltà nasce dal fatto che in discussione non c'è solo un provvedimento che ha al suo centro il senso della presenza italiana in Afghanistan, ma anche il giudizio sulla infausta politica estera dell'Unione e, soprattutto, il destino del governo Prodi. L'intreccio è esplosivo, se non altro perché oggi si avverte, come non era mai successo in passato, una forte pressione di opinione a far di tutto per uscire dal pantano in cui il Professore e la sua maggioranza stanno affondando il Paese.
Sulla scelta pesa quindi il prezzo che ciascuno teme di pagare nel rapporto con l'elettorato. Pier Ferdinando Casini, che ha legittimamente in testa tattiche e strategie diverse da quelle di Berlusconi, di Fini e di Bossi, insiste sul «sì» ma si trova nella difficile condizione sia di poter apparire come il «salvavita» di Prodi sia di non riuscire ad aprire alcuna crepa in una maggioranza che molto difficilmente gli sarebbe riconoscente. Per Forza Italia, An e Lega il problema è diverso: è come conciliare un «no», chiesto a gran voce dal loro pubblico, con la visione interventista espressa nei cinque anni della Casa delle libertà.
Al di là delle polemiche interne all'opposizione, è giusto però chiedersi quale sia la sostanza del voto. Le missioni militari sono parte decisiva della politica estera italiana. La quale, in questi mesi, ha subìto una brutta deriva che ha portato il Paese non solo all'ultimo incidente con Washington, ma anche ad un isolamento rispetto ai maggiori partner europei.
La missione in Libano, vanto dell'Unione, appare al momento insensata ai fini della stabilizzazione della regione. La missione in Afghanistan appare del tutto inadeguata rispetto alle novità sul campo. Piero Fassino e Franco Marini, sotto la pressione di una possibile crisi, hanno annunciato una disponibilità a ridiscutere le regole di ingaggio. Un cambiamento che potrebbe trovare l'accordo di tutte le opposizioni. Ma come fidarsi, se Prodi in persona è intervenuto per dire che quelle regole non si toccano? Anche con un pronunciamento del Senato, come fidarsi di un governo dai comportamenti poco trasparenti e spesso oscuri? E che ha trasformato un voto che avrebbe dovuto essere nitido nella sua ennesima, confusa prova di sopravvivenza? Forse sarebbe meglio cercare di azzerare tutto e riaprire così la discussione su cosa vuole fare l'Italia nella grande crisi globale.
Infine c'è il problema del dopo-Prodi. Lasciamo stare gli scenari che dall'opposizione ciascuno vede. È sempre più stringente la domanda se qualunque dopo-Prodi non sia migliore della situazione che c'è ora. Cioè una paralisi e una sfiducia generalizzata. Questa è la partita politica in corso. Sarebbe un errore, caro Casini, salvare il governo e la sua politica estera.