Perché Casini vuole prolungare l’agonia di Prodi a Palazzo Chigi

Paolo Armaroli

Se fossimo davvero un Paese normale, sarebbe l’opposizione a reclamare elezioni anticipate e la maggioranza a non volerle neppure dipinte. Ma il guaio è che il nostro non è affatto un Paese normale e il gioco delle parti avviene regolarmente alla rovescia. Più Romano Prodi precipita nei sondaggi, come mai era accaduto a un presidente del Consiglio dopo appena sei mesi di governo, e più da una maggioranza che ormai lo sostiene come la corda l’impiccato si leva il medesimo monito. Come un disco rotto ripete di continuo che se per malaugurata (si fa per dire) ipotesi Prodi dovesse cadere non ci sarebbe altra alternativa che quella delle elezioni anticipate.
Così dicendo il centrosinistra ha fatto un bel passo avanti. Adesso condivide, a quanto pare, la definizione che il presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln ha dato della democrazia: governo del popolo, per il popolo, per mezzo del popolo. E, coerentemente, ritiene che nella succitata ipotesi malaugurata l’appello al popolo sia doveroso. Un bel passo avanti, dicevamo, perché questa tesi fa a pugni con quella abbracciata nell’autunno del 1998. Caduto Prodi, come si ricorderà, non andammo di corsa alle elezioni. Si aprì invece la stagione dei ribaltoni, con parlamentari di centrodestra che passarono armi e bagagli al centrosinistra e che Gianfranco Fini in un memorabile discorso a Montecitorio qualificò, o per meglio dire squalificò, «puttani della politica». Così, grazie a un trasformismo che non aveva nulla da invidiare a quello di Depretis, nacquero due governi D’Alema e il gabinetto Amato. Che nelle elezioni del 2001 non poté competere la palma della vittoria a Berlusconi semplicemente perché il centrosinistra gli preferì Rutelli.
Per la legge del contrappasso c’è qualcuno che ha fatto retromarcia: Pier Ferdinando Casini. Sia chiaro, non è che il leader dell’Udc ami di amore sviscerato Prodi. Tutt’altro. Afferma di non vedere l’ora che cada. E se lo dice deve essere vero, perché Casini è uomo d’onore. Ma per nessuna ragione al mondo vuole che si vada immediatamente a elezioni anticipate. A suo avviso occorre dare tempo al tempo ed escogitare nuove soluzioni. Come un governo istituzionale che tagli le ali dello schieramento politico e raddrizzi l’azienda Italia. La cosa singolare è che se si andasse di qui a poco alle elezioni anticipate la Casa delle libertà vincerebbe a man bassa. Perciò vincerebbe anche Casini. Sempre che, si capisce, il presidente della Repubblica dia disco verde: il che non è affatto scontato. Ma Casini sa perfettamente che così sarebbe Berlusconi a presiedere il nuovo governo di centrodestra. E lui non ci sta. Tuona: «Dopo la fase delle tre punte è necessaria una svolta per ristrutturare l'area dei moderati». Insomma, come il Follini di un tempo, si spezza ma non si piega. Però subito dopo aggiunge: «Berlusconi e Prodi sono due facce della stessa medaglia, in un bipolarismo logoro, assoggettato ai ricatti delle due estreme, che sono i veri padroni del gioco politico».
Questo temporeggiatore degno erede di Quinto Fabio Massimo lavora a un ricambio generazionale a proprio vantaggio. Ma non fa i conti né con i suoi coetanei né soprattutto con un Berlusconi che ha ancora il boccino in mano e non intende togliere il disturbo. Non è più un giovincello? D’accordo. Ma Fanfani si consolava osservando che chi è bischero a vent’anni lo è per tutta la vita. E poi Casini dovrebbe sapere, per citare i più illustri, che Depretis era ancora primo ministro a 74 anni, Crispi a 78, Giolitti e Fanfani a 79, Andreotti a 73. Con questi fior di precedenti Berlusconi, più pimpante che mai, non ha nulla da temere.
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