Perché è così importante la vita di quel soldato

In Israele la salute di chi è in divisa è un bene supremo da difendere a ogni costo

Andrea Nativi

Ma è possibile mandare a gambe all’aria il rapporto faticosamente costruito con i palestinesi, rischiare una nuova intifada e una crisi internazionale solo perché è stato rapito un caporale? In ogni parte del mondo la risposta sarebbe negativa, ma non in Israele, dove la vita dei propri cittadini, in particolare quelli in uniforme, è considerato il bene supremo, da difendere a ogni costo.
In tutti i Paesi, sia pure in misura differenziata, vige il principio del «nessuno viene lasciato indietro», applicato per le spoglie dei propri caduti e soprattutto per i feriti o per chi cade prigioniero. È un concetto nobile, che contribuisce poi ad accrescere la motivazione dei combattenti.
Negli Usa, complice l’attenzione dell’opinione pubblica, vale un sistema analogo, ancorché meno esasperato, basta pensare alle colossali operazioni che vengono lanciate quando un pilota viene abbattuto dietro le linee nemiche o un soldato viene catturato.
Ma in Israele si arriva a una vera ossessione, in nome della quale in passato si sono accettati scambi apparentemente assurdi, con la liberazione di decine o centinaia di soldati nemici, militanti, persino sospetti terroristi pur di riportare in patria uno o due prigionieri, magari neanche così eccellenti. Perché se a parole Israele è il primo propugnatore della linea della fermezza e della legge del taglione in caso di attentato o attacco contro i suoi figli, nella pratica si è sempre dimostrato flessibile e pragmatico quando ci sono di mezzo prigionieri e non vi è possibilità di liberarli.
Stesso discorso vale per le operazioni militari: l’esercito israeliano è l’unico ad aver progettato un carro armato, il Merkava, il cui motore è piazzato nella parte anteriore del veicolo, essenzialmente per aumentare la protezione dell’equipaggio. E le industrie israeliane sono tra le prime al mondo nella realizzazione di sistemi attivi-passivi di autodifesa per mezzi terrestri e aerei. Anche il ricorso su larga scala ai velivoli senza pilota, di cui Israele è alfiere, discende dalla esigenza di ridurre i rischi per gli aviatori. Per non parlare della valutazione del successo nelle operazioni militari: un rapporto di scambio tra perdite subite e inflitte di 1:10 viene in genere ritenuto un trionfo da qualunque comandante. Ma non dallo Tsahal.
Ecco perché, anche se è evidente la precisa scelta politica, non deve stupire la decisione del governo israeliano di lanciare un’offensiva militare contro Gaza dopo l’attacco palestinese contro i propri soldati.