Perché delegare a Quentin la rinascita di film italiani?

Chi soffre perché Quentin Tarantino stronca il cinema italiano di oggi saprà dalla Mostra di Venezia (29 agosto - 8 settembre) quale cinema italiano di ieri gli piacesse, oltre ai polizi(ott)eschi da lui presentati in altra Mostra. Ma davvero tocca alla Mostra internazionale d'arte cinematografica allinearsi ai gusti del regista americano? Tutto par lecito, purché Tarantino vada a Venezia, se non a presentare film propri, a presentarne di altrui... Dunque fin da maggio la Mostra adottava ancora l'«estetica» tarantiniana: in un comunicato essa onorava i «suoi (di Tarantino, ndr) autori western di culto, come Sergio Corbucci, con il formidabile Navajo Joe con Burt Reynolds (Tarantino gli mette tre asterischi) e I crudeli con Joseph Cotten, Sergio Sollima, con La resa dei conti con Tomas Milian e Lee Van Cleef, ed Enzo Castellari con Keoma. Ma anche quelli già riscoperti e omaggiati in Kill Bill vol. 1 e Kill Bill vol. 2, cioè il Giulio Petroni di Da uomo a uomo (tre asterischi per Tarantino)».
Esaltare la propria merce, anche senza vergogna, è un diritto della Mostra, ma se ne devono tener presente le conseguenze: proporre al Lido film inconcepibili per i responsabili delle mostre di allora significa rinnegare quelle mostre, che mai pensarono di ammetterne uno, inclusi quelli di Sergio Leone; e significa rinnegare la critica che guardava a Guido Aristarco e a Georges Sadoul; per farlo, però, ci vorrebbero critici di altrettanta statura. Il fatto è che, ai gusti difficili della Mostra di ieri si replica coi gusti facili di oggi e che i toni del comunicato sulla rassegna veneziana sono puro umorismo involontario: «Autori e titoli meno noti, ma di grande interesse, tra gli spaghetti western preferiti da Tarantino. A cominciare da El desperado di Franco Rossetti,, qui nel suo unico western da regista, che Tarantino segnala con ben tre asterischi, The Bounty Killer di Eugenio Martin, primo western con Tomas Milian protagonista: anche qui tre asterischi, segnalato da tutti come un film da riscoprire, ma già allora era molto considerato in Spagna». Quella di Francisco Franco: era il 1966.
Sono scomparse dall'elenco diffuso in maggio pietre non miliari come Prega il morto e ammazza il vivo di Giuseppe Vari, Quel caldo maledetto giorno della resa dei conti di Paolo Bianchini e Professionisti per un massacro di Nando Cicero. Restano «Preparati la bara di Ferdinando Baldi, i superclassici con Giuliano Gemma, Una pistola per Ringo di Duccio Tessari e Un dollaro bucato di Giorgio Ferroni. Dedicata a Tarantino - come proseguiva ossessivo il comunicato - anche la riscoperta del più violento western mai fatto, Condenados a vivir di José Romero Marchent».
Il western italiano va sì riesaminato, ma non perché piace a Tarantino. Caso mai il suo ruolo economico: arricchiva produttori che con quei soldi finanziavano, talora, bei film; e per il suo ruolo politico: sposò quasi sempre il terzomondismo rivoluzionario durante la guerriglia in America latina e in Indocina, con uno schieramento antitetico al western americano (Pasquale Squitieri incluso). Ma il ruolo estetico del western italiano fu marginale, anche se Tepepa e La resa dei conti, come La vendetta è un piatto che si serve freddo di Squitieri si vedono tuttora volentieri, anche se affiora la penuria di mezzi; e così Yankee di Tinto Brass, dove nudi sono solo i cavalli.
Volendo fare una storia davvero «segreta» del cinema italiano (in questa cornice è inserita la rassegna), lato western, come ambisce la Mostra, sarebbero da valorizzare piuttosto In nome della legge (1950) e Il brigante di Tacca del Lupo (1952) di Pietro Germi; e Proibito di Mario Monicelli (1954). Paiono film a sfondo contemporaneo italiano, meridionale o insulare; invece sono western molto più e molto meglio di quelli che Leone, una decina d'anni, dopo girò in Spagna, sull'esempio dei western tedeschi della serie Winnetou. E poi Germi e Monicelli rispettavano l'antropologia del western americano, dove perfino i cattivi erano nobili. Leone avrebbe reso ignobili anche i buoni.