Perché la deriva centrista non ha futuro

Le elezioni amministrative danno il medesimo risultato delle politiche. Tutti i partiti della Prima Repubblica sono uniti assieme in una coalizione che ha per contenuto solo la dichiarazione che Berlusconi è un avversario, anzi un nemico. Dall’altro lato, più della metà dell’elettorato si riconosce proprio in Berlusconi come leader. In Francia è stata radicalmente sconfitta la sinistra. È stato sconfitto anche il tentativo di centro di Bayrou, e questa posizione, sostenuta in Italia sia dall’Udc che dalla Margherita, è stata egualmente sconfitta. Questo è dovuto al fatto che lo schieramento di centrodestra è uno schieramento liberale.
Alle elezioni amministrative era possibile che questo schieramento liberale non vincesse perché non dispone di radicamento locale. È un popolo in cammino che ha per riferimento Berlusconi come simbolo liberale e sa che ancora una volta in Italia è in gioco la libertà. Il voto dello schieramento liberale è stato questa volta, più ancora che nelle politiche, un voto di passione, con lo stesso volto degli elettori del 18 aprile del ’48, anche se lo schieramento di sinistra è assai diverso da quello di allora. Ma ciò è dovuto al fatto che il partito postcomunista, la Quercia, suscita ancora problemi e diffidenze. Questo è tanto vero che possiamo prendere a modello proprio il Partito democratico. La costituente del Pd dovrebbe emergere nei gazebo in cui i cittadini scelgono. Sembrerebbe il simbolo del puro scioglimento del partito postcomunista nella democrazia. Non è bastato, se non altro, il cambio del nome e il cambiamento della Cosa.
La linea centrista proposta da Pier Ferdinando Casini durante l’ultimo anno della passata legislatura non ha creato l’idea di un ponte tra Udc e Margherita che potesse essere alternativo a Berlusconi. Se la CdL ha perso le elezioni per qualche migliaio di voti nelle politiche del 2006 ciò è dovuto al fatto che essa aveva una serpe in seno, Marco Follini, un vero infiltrato nelle forze liberali. Non è un caso che anche la mancata vittoria del centrodestra alle elezioni amministrative genovesi sia dovuto al «Paese di mezzo» folliniano. Ma l’idea di un centro politico tra Margherita e Udc gestito da Mastella non ha seguito nel Paese. Anzi, potremmo dire che vi è un rigetto dell’elettorato liberale nei confronti dell’Udc, che non gradisce la formula casiniana delle due opposizioni. Le elezioni amministrative hanno invece mostrato che il popolo delle libertà esiste e non vuole una costruzione centrista, ma una proposta alternativa al Partito democratico. Questo elettorato è anticomunista e non si vergogna di questa parole con tanta maggior ragione perché se ne stanno vergognando coloro che ne hanno fatto professione, come Rifondazione comunista, che vorrebbe riciclarsi nel partito della Sinistra europea. Non è il sistema elettorale che è bipolare, è il popolo della libertà che è bipolare.
Il movimento di Berlusconi si incentra sulla sua figura come simbolo metapolitico, che il popolo si è inventato quando i partiti a cui ha affidato la maggioranza di tante elezioni si erano autosciolti. Ma l’elettorato dei partiti di centro vive in essi in forma alternativa, non riconosce la coalizione di sinistra come espressione di libertà. Che questo sia avvenuto alle elezioni amministrative, dove Berlusconi non era candidato, indica che il processo vive anche oltre Berlusconi, lo sceglie su altri volti.
Forse nascerà il Partito della libertà quando ci si convincerà che non si può governare da sinistra un popolo che non lo è, che non si può imporre Luxuria e Caruso come oggetto della fiducia democratica. Speriamo che il nuovo partito sappia organizzare meglio gli scrutatori e i rappresentanti di lista perché la cultura di sinistra, per cui la democrazia è solo uno strumento formale, può decidere che si possa posporre alla legittimità giuridica del voto la sua ultima legittimazione progressista. Se brogli ci sono stati nelle elezioni 2006, se ci sono stati casi anche nel 2007, fare un segno in più nella scheda bianca o annullare facilmente una scheda contraria fa parte di una cultura per la quale il mito rivoluzionario non è poi così peccato.
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