Perché la destra non conta più nulla in cultura? Basta guardare al caso di Bologna per capirlo...

Ci si chiede perché, dopo vent’anni di successi politici, liberali e
conservatori stentino a trovare spazio in campo intellettuale. Basta
guardare al caso del capoluogo emiliano per capire il motivo. Con l'elezione di Guazzaloca c'era l'occasione di cambiare. E' stata sprecata

Ho letto un interessante articolo di Giovanni Sallusti, sul Giornale. Sallusti, dopo aver recensito un saggio sulle dinamiche che nel dopoguerra portarono all’egemonia dei comunisti nel mondo intellettuale italiano, alla fine poneva la domanda delle domande: come mai la destra da vent’anni vince le elezioni ma non riesce minimamente a scalfire tale egemonia? Ecco alcune considerazioni basate sulla mia esperienza personale, che considero paradigmatica della situazione generale, e che possono contribuire al cruciale dibattito elettorale in corso a Bologna.
Nel 1999 ero presidente di un circolo di Alleanza Nazionale a Bologna; poco prima del ballottaggio che avrebbe sancito la vittoria di Guazzaloca, in occasione di una mia mostra dal titolo Patiboli portatili multiuso, dichiarai a Repubblica che non ero intenzionato a votarlo. Occupandomi di politiche culturali, la mia era una protesta nei confronti del completo disinteresse dello schieramento di centrodestra per questo settore. Fui accusato di tradimento supremo e messo all’indice.
I fatti però mi diedero abbondantemente ragione, e non aver capito l’importanza strategica di questo settore a Bologna fu una delle cause della vittoria di Cofferati cinque anni dopo. A parte il primato della sua università, Bologna rimane una delle capitali della cultura e dell’arte in Italia ed essendo parecchie le persone che da ciò traggono reddito, ignorarle è un grave errore politico. Guazzaloca nominò assessore alla cultura una dama della buona società, tale signora Deserti, che in breve tempo si rivelò estranea all’ambiente che si trovava a dover governare. Le fu quindi affiancato un luogotenente dell’Udc che continuò a far fare le cose ai comunisti che le facevano prima, salvo qualche concessione a Comunione e Liberazione. A un certo punto la situazione con la Deserti si fece troppo imbarazzante, Guazzaloca la liquidò e al suo posto, per gli ultimi due anni del mandato, fece assessore un editore di romanzetti erotici che non lasciò traccia.
Nel frattempo, nel 2002 il sottoscritto fu vittima di un episodio che fece clamore; nel tentativo di legittimarsi istituzionalmente, i centri sociali erano riusciti ad ottenere che il TPO, uno dei principali, fosse una delle sedi del prestigioso festival internazionale di musica contemporanea Angelica. A me era impedito di esibirmi come artista in tali luoghi, mai avrei pensato di esserne estromesso come spettatore. E invece accadde. In una delle serate del festival, fui prelevato da cinque o sei individui e depositato all’uscita. La sera dopo mi presentai accompagnato da consiglieri comunali e giornalisti, ma trovammo un picchetto di cento persone decise a tutto pur di non farci entrare.
AN, dimenticate in fretta le accuse di tradimento, presentò un’interrogazione alla Camera e a me fu concesso, come «riparazione», di organizzare il festival di musica e poesia Pavoni sonici. Nonostante tutto, Guazzaloca dopo pochi mesi rinnovò i contratti di locazione dei centri sociali e addirittura ne finanziò la ristrutturazione. Si chiamano centri «sociali», ma sono in realtà emanazioni dell’estrema sinistra, lo sanno anche i muri. La loro propensione alla discriminazione e alla violenza (la recente aggressione di Padova è lì a dimostrarlo) è endemica. Perché dunque devono essere finanziati con denaro pubblico? Perché i cittadini devono pagare per tenere aperti questi posti tristi, con la loro programmazione di bassa qualità, popolati di fricchettoni barbuti e panciuti, di mesti pacifisti coi capelli tinti, di veterofemministe coi polpacci pelosi e le caviglie grosse? Gente ostile a qualsiasi novità e che dunque vedeva come fumo negli occhi ciò che proponevo, ossia di rivitalizzare le stantie istanze della creatività contemporanea, di remixarle con i valori antichi e quindi post-contemporanei della gerarchia, del patriarcato, di una concezione cosmologica della sovranità, del culto del mito e del sacro.
La vittoria di Guazzaloca fu una grande vittoria simbolica: il primo sindaco non comunista di Bologna dopo più di cinquant’anni. Ma il bilancio di quell’esperienza fu modesto. In positivo, l’aver migliorato un po’ la sicurezza in città, un piccolo incremento del turismo, un ambizioso progetto di metropolitana. In negativo, la politica culturale come si è detto disastrosa, l’aver piazzato due orrende costruzioni in vetro e acciaio in una delle piazze più belle di Bologna (cosa che ha irritato tutti, non solo Sgarbi), l’inaugurazione del museo della Resistenza – ce n’era bisogno, in una città già stipata di cippi, lapidi e monumenti ai partigiani, ma che non ha neanche una via dedicata alle vittime del comunismo nel «triangolo rosso»? Intanto i problemi di Bologna erano ancora tutti lì e il sistema di potere costruito in cinquant’anni dal partito comunista, basato su una fitta rete di clientelismi, quasi intatto.
Dopo Guazzaloca, Cofferati e Delbono sono però riusciti a fare di peggio. Ancora in ambito culturale, Delbono piazzò come assessore la signora Mantovani, il cui unico talento era quello di essere la vedova di Pavarotti. Lo fece a dispetto di tutti gli operatori culturali vicini al suo partito, contrari in massa. La signora si è poi distinta per aver organizzato un concerto del trito e ritrito Lucio Dalla per l’ultimo dell’anno di tre anni fa. Nel 2009 in compenso è stata annullata un’importante rassegna della Cineteca sul cinema futurista (lo so bene perché ero coinvolto anch’io) per carenza di fondi. Il centenario del futurismo non è quindi stato ricordato in alcun modo a Bologna, ma per forza i soldi mancano, bisogna darli a Lucio Dalla e ai centri sociali.
Sono segnali dell’attuale deriva politica bolognese. Per invertire la tendenza basterebbe poco, ma quel poco è difficile da realizzare perché andrebbe a urtare interessi consolidati. E ciò ci riporta all’inizio del nostro discorso perché stiamo parlando di un principio di destra che la destra al governo non è ancora riuscita a imporre: risvegliare il senso della gerarchia. La gerarchia del talento e della competenza deve venire prima della gerarchia di partito, degli equilibri di potere o del servilismo verso qualche vip di caratura intermedia.