PERCHÉ È DIFFICILE FARE INCHIESTE IN TV

Quanto vorrebbero, gli italiani, un giornalismo più coraggioso di quello attuale, meno reticente sui tanti aspetti oscuri della vita pubblica di fronte ai quali si preferisce soprassedere o magari guardare dall'altra parte? Nel corso dell'ultima puntata di Controcampo, ad esempio, Paolo Liguori confessava con sincerità che molte persone, da lui incontrate in questi giorni al bar o per strada, rimproverano ai giornalisti la reticenza a lungo esercitata al cospetto della «cupola calcistica». Mentre persino il giornalismo sportivo è ora costretto a interrogarsi sulle eventuali corresponsabilità della categoria per non aver parlato a tempo debito e con la dovuta energia di argomenti molto «chiacchierati», alla stessa ora si concludeva su Raitre un'altra puntata della nuova stagione di Report (domenica, ore 21,30). Il programma di Milena Gabanelli prosegue nel suo scrupoloso lavoro di inchiesta che, per riuscire efficace ed esauriente, ha assoluto bisogno di non essere reticente a prezzo di scontrarsi con i vari tipi di Palazzo con cui entra in contatto. Non lo si deve elogiare per questo, in quanto fa semplicemente il suo dovere. Ma l'esperienza di questa trasmissione battagliera, che il più delle volte scopre storture pubbliche e private e ce ne mostra la dinamica prima ancora che se ne occupi l'autorità giudiziaria, è un buon esempio di «giornalismo del giorno prima», che non si accontenta di interrogarsi a scandalo scoppiato su quanto poco o tanto si sapesse del bubbone finalmente esploso, ma se possibile lo mette in luce in anticipo. Ci avvisa. Ci mette in guardia. Ci aiuta a capirne gli inghippi come è accaduto a proposito della sicurezza delle nostre ferrovie (con un'inchiesta purtroppo premonitrice), o più di recente con il caso dei telefonini attraverso cui i minorenni possono facilmente accedere alla visione e persino allo scambio di materiale pornografico (opportunità per il momento sospesa proprio in seguito alla messa in onda del reportage). A questo dovrebbe servire il giornalismo di inchiesta, e il fatto che se ne debba parlare ogni volta come di una sorta di bestia rara nel nostro panorama televisivo è in fondo malinconico. Purtroppo il giornalismo di inchiesta, nonostante la presenza qua e là di validissimi cronisti, non gode della dovuta incentivazione anche per un perenne pregiudizio dietrologico: l'ossessione del «a chi giova?», il sospetto che dietro un'inchiesta ci sia la volontà politica di procedere contro qualcuno e a favore di qualcun altro, perdendo di vista il fatto che i problemi italiani si trascinano da tempo immemore, sotto qualsiasi tipo di governo, e che a giovarsi di una inchiesta ben fatta deve essere solo il cittadino, nel momento stesso in cui viene informato.