Perché diserterò il referendum sulla devoluzione

Egidio Sterpa

Caro Direttore, penso sia mio dovere spiegare ai lettori de il Giornale che pure, penso, conoscano bene le mie idee, perché da 32 anni vi scrivo - la mia posizione rispetto al referendum sulla cosiddetta devolution di domenica prossima 25 giugno. È noto che alla Camera sono stato il solo a votare contro la riforma costituzionale voluta dalla Lega e sostenuta, forse più per convenienza di schieramento che per convinzione profonda, dall’intera Casa delle libertà, alla quale pure mi lega leale e cosciente adesione. Sono un liberale, come non mi stanco mai di precisare, ho una concezione della struttura statuale nazionale da liberale storico unitario e, come ho spiegato più volte, non hanno convinto né la riforma del Titolo V della Costituzione varata dal centrosinistra nel 2001, in limine della tredicesima legislatura con appena quattro voti di maggioranza, né la riforma piuttosto vasta approvata, con ben più ampia maggioranza, dal centrodestra nella quattordicesima legislatura.
Le due riforme non solo contraddicono le mie convinzioni liberali, ma sconvolgono, a mio parere (e non solo mio, in verità), l’assetto tradizionale dello Stato italiano. Si dice: ma così lo modernizziamo. Mi permetto di negarlo. L’una e l’altra creano gravissimi problemi.
La riforma del Titolo V - lo affermano addirittura costituzionalisti di sinistra - ha prodotto un federalismo «sgangherato» (l’aggettivo, pur condiviso, non è mio). Ha creato troppe aree di condominio tra Stato e Regioni, il che ha dato luogo a tanti conflitti di cui s’è dovuta occupare la Corte Costituzionale. Un esempio abbastanza pesante: alla competenza regionale sono state assegnate materie che riguardano le grandi reti di trasporto e navigazione, la distribuzione nazionale dell’energia e la ricerca scientifica, il che si può immaginare i guai che procurerà. Una riforma, questa, approvata, com’è noto, in fretta e soprattutto con lo scopo tutto strumentale di precorrere la Lega e metterla in difficoltà.
Grandi pasticci crea anche la riforma ispirata dalla Lega, che produce un federalismo non meno sconnesso, intenzionalmente nutrito di propositi un po’ etnici e un po’ separatisti, a cui si è cercato di ovviare - e questo va apprezzato - introducendo il concetto di «interesse nazionale». Da non condividere una certa riduzione della centralità del Parlamento, pur considerando giusta la concessione di maggiori poteri al premier, al quale è opportuno riconoscere la possibilità di revocare il mandato a ministri incoerenti. Mi convince meno il potere di scioglimento delle Camere dato quasi in esclusiva al premier, che penso invece debba essere condiviso, ben contemperato, col Capo dello Stato. Plaudo, invece, alla decurtazione del numero dei parlamentari, da me sostenuta più volte nelle legislature precedenti nel gruppo liberale. Avventurosa mi pare la divisione di competenze tra Camera e Senato, che così com’è sarebbe preludio di non poca confusione. Si dice: ma viene corretto il bicameralismo, sistema parlamentare fonte di non pochi problemi. D’accordo, il bicameralismo va corretto, ma non così drasticamente. La democrazia ha bisogno di una camera di riflessione e di ulteriore considerazione soprattutto per leggi e provvedimenti che attengano a libertà fondamentali. Non lo si dimentichi: il monocameralismo nei Paesi d’Oltrecortina fu l’anticamera dell’assolutismo. Ultima segnalazione: le competenze delle Regioni in materia di scuola, sanità e polizia, sulle quali non mi dilungo essendone evidenti l’importanza e la delicatezza, creeranno di certo grandi disparità e gravi contenziosi.
Insomma, siamo in presenza di due riforme contrastanti e opinabilissime (è il meno che si possa dire), che vanno corrette, e non di poco, e che comunque personalmente non mi sento di condividere. Perciò la mia decisione è di astenermi dal voto nel referendum prossimo. In coscienza non mi sento di dire «sì» insieme con i miei amici di Forza Italia, né «no» con i miei avversari del centrosinistra, perché non ne condivido le motivazioni. Nella mia decisione, ritengo ci sia razionalità, oltre che l’affermazione di principii in cui credo. Se persino i difensori delle due riforme - Bossi da una parte e Fassino dall’altra - si sono dichiarati disponibili a incontrarsi dopo il voto per correggere i rispettivi errori, che senso ha andare a votare «sì» o «no»? Per mio conto mi sento addirittura di sconsigliare la mia parte politica di fare di questo voto un’occasione di partito preso. Non è materia questa per affermare il primato politico e culturale della Casa delle libertà, in cui peraltro io credo fermamente.