Ma perché Fabio Fazio non fa domande a Saviano?

Grande successo in tv per lo scrittore. Però nessuno affronta la tesi del libro: la coincidenza tra camorra e libero mercato

Roberto Saviano, mercoledì sera ospite di Fabio Fazio in una puntata speciale di «Che tempo che fa», ha parlato dei libri che ama e tessuto un elogio del «rischio». Secondo l’autore di Gomorra, scrivere è anche testimoniare e la parola ha il potere di cambiare il mondo. Per questo egli ha raccontato le storie del nigeriano Ken Saro-Wiwa, di Varlam Salamov e Anna Politkovskaja: scrittori perseguitati per i propri romanzi, racconti e reportage. Lo share della trasmissione è stato dell’11,45 per cento, pari a quasi tre milioni di spettatori. Un record per un lungo «assolo» dedicato alla letteratura. Un successo, quindi. E anche un’occasione in parte sciupata.
Saviano offre numerosi spunti ai suoi critici. La difficilissima condizione in cui si trova a vivere a causa della camorra diventa talvolta uno strumento per evitare di rispondere a eventuali osservazioni. Il dissenso è delegittimante nei confronti di un uomo minacciato di morte. Quindi è pericoloso e allora non rimane che stare zitti. Per questo motivo, Gomorra ha avuto un destino paradossale: è il fenomeno editoriale più importante degli ultimi anni e anche uno dei libri di successo meno discusso in profondità. Tanto è vero che ieri Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, è riuscito ad arruolare fra i propri eroi («Consideriamo Saviano un punto di riferimento per una destra post-ideologica che non vuole rinunciare a ricostruire il senso della civiltà umanista») uno scrittore che con la destra non ha nulla a che vedere. E sul fatto che sia post-ideologico la lettura di Gomorra suscita ben più che un dubbio...

Ecco perché una riflessione sulle tesi del bestseller andrebbe fatta: certe affermazioni meritano un chiarimento d’autore. Per Saviano la camorra è la compiuta realizzazione del libero mercato: «L’ordine è laissez faire, laissez passer. Liberismo totale e assoluto. La teoria è che il mercato si auto-regola». Tra un boss e un imprenditore la differenza sta solo nella mitraglietta del primo. Per il resto fanno all’incirca lo stesso mestiere: «Non sono gli affari che i camorristi inseguono sono gli affari che inseguono i camorristi. La logica dell’imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neo-liberismo». L’omicidio? «Il mercato non permette concessioni a plusvalori umani». Lo spaccio? «Informale e iperliberista». Le griffe contraffatte? «Tutte le merci hanno origine oscura. È la legge del capitalismo». La legge del capitalismo, non la sua degenerazione.

Mi fermo qui ma potrei proseguire. Questo è il retroterra della coraggiosa denuncia dei clan e anche della raccolta di articoli usciti di recente, sempre da Mondadori, col titolo La bellezza e l’inferno. Possibile che nessuno abbia qualcosa da eccepire su questa visione del capitalismo? Le recensioni a Gomorra furono di una leggerezza incredibile. L’unico che entrò nel merito fu Goffredo Fofi sul Sole 24 Ore. Fofi concludeva: «“Profitto, business, capitale” è la base della morale camorristica, ma solo di quella?». Interrogativo retorico perché i boss «sono anche e soprattutto imprenditori». E se la pensa in questo modo perfino il quotidiano di Confindustria...
Sarebbe bello e forse utile (visto che il libro è entrato in quasi tutte le case d’Italia) se qualcuno, magari Fabio Fazio stesso, per una volta facesse qualche domanda a Saviano e gli chiedesse di spiegare meglio il concetto: davvero Ronald Reagan era imputabile di concorso esterno in associazione mafiosa per le sue teorie neoliberiste? Davvero il mercato e il mitra vanno a braccetto e sono inseparabili? Davvero le fondamenta della nostra società sono indistinguibili da quelle della criminalità organizzata? O queste posizioni sono rigurgiti ideologici che nulla aggiungono all’efficacia di Gomorra? Così, tanto per sapere.

A parte questo, le idee di Saviano sono discutibili ma almeno sono idee. Non è detto che il rischio sia ingrediente necessario per fare letteratura, come lui sostiene. Però meglio la retorica dell’impegno rispetto all’aria blasé con cui Niccolò Ammaniti, nella medesima trasmissione, ha dichiarato di essersi messo a lavorare al suo ultimo romanzo, Che la festa cominci, con questo progetto in testa: «Scrivere una cazzata». Missione compiuta. Però che tristezza. L’opinione che la letteratura sia inutile è diffusa fra gli scrittori italiani. Alessandro Piperno l’ha teorizzata anni fa sull’Espresso: «Inutile chiedere troppo all’arte», non ha nessuna funzione sociale, al massimo può servire come surrogato degli psicofarmaci nei momenti di sconforto o essere una via di fuga estetizzante dalla realtà. Su Gomorra dell’amico Saviano disse poi: «Non sono un intenditore di camorra ma dubito che essa si lasci turbare da una cosa inutile e bella come la letteratura». Sandro Veronesi, in una vecchia puntata di Otto e mezzo, fu più stringato e ammise che «un romanzo è solo un romanzo».

Che sia la reazione naturale a decenni di militanza politica obbligatoria come il servizio militare di leva? Può essere. Ma se gli scrittori non credono nella parola, chi altri dovrebbe crederci? E soprattutto: se non ci credono, perché non vanno a lavorare?