Perché è fallito l'ingresso a pagamento

Biglietto, prego. In un'ottantina di chiese in Italia si entra così, come in una galleria d'arte. Non sono pievi abbandonate o ruderi in cui nemmeno un prete mette più piede, ma basiliche famose dove la domenica si celebra messa, rivestite di opere d'arte inestimabili. Le chiese a pagamento sono un'invenzione degli anni Novanta. Dovevano servire a dare un contributo alle spese di mantenimento, restauro o pulizia. In realtà l'esperimento è rimasto tale e non si è esteso.

La realtà più significativa è a Venezia, dove l'associazione Chorus fa pagare l'ingresso a 18 chiese del centro storico, tra cui il Redentore, Santa Maria Formosa, San Polo e i Frari. A Firenze si paga per entrare a Santa Maria Novella, San Lorenzo e Santa Croce; a Ravenna l'Opera di religione della diocesi incassa in cinque siti (Museo arcivescovile, Battistero Neoniano, basilica di Sant'Apollinare Nuovo, basilica di San Vitale, mausoleo di Galla Placidia). A Verona l'associazione Chiese vive regola gli accessi a pagamento in duomo, San Zeno, San Fermo e Sant'Anastasia. Mano al portafogli anche per il duomo di Siena, Orvieto, Monreale e Siracusa. Da quest'anno si paga per il Pantheon di Roma. Ingresso libero durante i riti religiosi, per i residenti in città e per chi dichiara di voler raccogliersi in preghiera.

A Pisa, invece, dal 2012 non si paga più per entrare in duomo: il tagliando (gratuito) resta soltanto per conteggiare i presenti. Il consiglio permanente della Cei ha infatti sconsigliato i ticket ribadendo il principio dell'ingresso libero per tutti, fedeli e turisti, e il vescovo di Pisa si è adeguato. Il biglietto della fede non piace e l'iniziativa è rimasta circoscritta a un numero infinitesimo di edifici sacri (80 su oltre 65mila di proprietà ecclesiastica, l'1 per mille); tutti collocati in città dal forte richiamo turistico, e questo è l'unico contesto dove l'iniziativa può funzionare.

Così, anche adesso che la Chiesa pensa a come utilizzare le pievi abbandonate, l'ultimo pensiero è quello di mettervi tornelli e bigliettai. È un modello che non si può applicare nelle piccole realtà, dove gli incassi non garantirebbero nemmeno lo stipendio del custode. In generale, c'è il rischio di diffondere la mentalità che le chiese sono alla stregua di un museo, e anche i fedeli avvertono una sorta di estraneità al luogo di culto che assume ormai i contorni di un museo.

Ma il ticket non è l'unico sistema per valorizzare una chiesa. A Verona, per esempio, è stato lanciato il progetto «Verona Minor Hierusalem», itinerari di visita gratuita in cinque chiese di grande valore artistico ma poco conosciute, che coinvolgono centinaia di volontari in uno slancio sorprendente. In due anni sono entrati 163mila visitatori (il 29 per cento stranieri) condotti da 551 guide e 580 studenti in alternanza scuola lavoro. Coinvolti anche operatori turistici e sponsor. Visto il successo, il numero delle chiese è stato triplicato.

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