Ma perché Fassino non arruola Casini nella missione birmana?

Toh, chi si rivede, Piero Fassino. Il «birmano» è tornato dopo il glorioso fallimento della sua missione come inviato speciale dell’Ue nella terra dei bonzi. Non parla più di diritti umani e civili, ci mancherebbe. L’opposizione birmana in esilio, disperata, ha già protestato ufficialmente per la sua diplomazia mediatica, che ha sortito il solo effetto di irrigidire il regime di Rangoon. No, adesso, dalla tribuna di «Porta a porta», parla di Veltroni, di tasse, di candidati e di alleanze. C’è gran voglia di rientro dopo l’esotico incarico. In verità, una sorta di esilio visto che, come notava Luca Telese su queste pagine, l’Italia ha l’abitudine di esportare all’estero i leader politici arrivati al capolinea. A proposito di capolinea... Nel dibattito tv con Fassino c’era anche Pier Ferdinando Casini, leader di quell’Udc che, dopo il divorzio con il Cavaliere, rischia di scomparire (ma col simbolo intatto). Poche le frecciate tra i due, tirava più aria di corteggiamento. No, non è quello che pensate. Fassino non ha intenzione di portare l’acqua uddicina al mulino del Pd. Sembra piuttosto aver bisogno di una spalla in terra birmana. La missione continua.
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