Perché hanno vinto loro

Boom economico, inserimento di tecnici stranieri, scommesse azzeccate su giovani diventati fuoriclasse: così il calcio inglese ci ha surclassato in Champions

Chi si meraviglia del primato del calcio inglese in Champions, sottovaluta o addirittura ignora il fattore economico che ne è alla radice. Dettiamo qualche cifra significativa per rappresentare il fenomeno: l’incasso, per 60mila paganti, di Arsenal-Milan fu di 5 milioni di euro, il doppio rispetto a quello (2,5 milioni di euro) raccolto da Galliani nella sfida di ritorno (80mila paganti a San Siro). Il dato, aggiunto a quello del fatturato del club inglese in questione (136 milioni di euro provenienti dal botteghino), conferma che il vallo risulta scavato dall’economia dei due Paesi, oltre che da particolari condizioni della Premier league, club proprietari degli stadi da cui traggono enormi profitti, merchandising che funziona e spopola senza la concorrenza dei «tarocchi» incontrastati nel Belpaese. Da quelle parti sbarcano infatti investitori americani (vedere i soci del Liverpool, quelli dello stesso United), oltre che le stelle del calcio mondiale, Fernando Torres e Tevez i più recenti. I limiti, fin qui traditi dal calcio inglese, stanno per essere colmati. La scuola degli allenatori, per esempio, non è delle migliori, da qui il ricorso a professionisti provenienti da altre esperienze: il francese Wenger, lo spagnolo Benitez, lo scozzese Ferguson, lo svedese Eriksson sono solo una parte dell’emergenza ribadita dalla recente discussa decisione di reclutare Fabio Capello nel tentativo scoperto di rilanciare la nazionale rimasta fuori da Euro 2008.
Chi enfatizza il primato del calcio inglese rispetto a quello italiano segnala per esempio che nella recentissima stagione Inter, Milan e Roma (solo andata), in 450 minuti non sono riusciti a confezionare la miseria di un golletto ai rivali. Gli inglesi, raccontano i nostri, sono diventati maestri della difesa, come testimonia per esempio l’altro numero civetta: in 37 sfide di Champions solo 15 i gol subiti dalle magnifiche quattro sorelle. Qui è il caso di replicare con qualche altra riflessione. La prima, forse la più interessante: negli ultimi venti anni il calcio inglese ha portato a casa soltanto 2 successi in Champions League, e quello del Liverpool a Istanbul ricorderete in quali beffarde e particolari circostanze. Il dominio non viene da lontano. La seconda: solo qualche mese fa, nell’aprile del 2007, lo stesso Manchester, oggi considerato armata invincibile, nel doppio confronto col Milan subì la bellezza di cinque schiaffoni, 2 all’Old Trafford e 3 a San Siro, infiocchettati da una prova ritenuta l’ultimo capolavoro dei berlusconiani. Da quelle parti, in difesa, Ferguson non ha compiuto particolari innesti: martedì notte, all’Olimpico, ha perso Vidic rimpiazzato da O’Shea, senza avvertire scossoni. E in porta il discusso Van der Sar non è nel frattempo diventato meglio di Buffon.
Allora è il caso di far riferimento esclusivo ad altri due fattori, questi sì determinanti: 1) lo stato di forma dei fuoriclasse; 2) la sicurezza e la personalità degli inglesi. Totti assente per guai muscolari e Cristiano Ronaldo in grande spolvero possono ingigantire il divario tra Roma e Manchester. E non c’è bisogno di prendere nota dei 36 sigilli firmati dal portoghese per ammirarne la prepotente conclusione di testa dell’Olimpico. Sembrava una catapulta, non un centravanti. Ad accentuare la differenza, poi, c’è il complesso patito dalla Roma nel primo tempo e subito dopo il colpo mortale inflitto da Rooney. In partenza, la squadra di Spalletti è risultata in soggezione, ha persino consentito il palleggio dello United, senza gli assalti che sono il sapore più piccante del suo calcio dispendioso e spettacolare. Dopo il 7 a 1 dell’anno prima, è rimasto un nervo scoperto dalle parti di Trigoria, questo è evidente. Come evidente fu il complesso patito dal Manchester contro il Milan di un anno prima. Sono i successi che cementano le sicurezze, sono le sconfitte che moltiplicano le paure.