Ma perché in Italia manca un museo del futurismo?

Cento anni dopo lo storico «manifesto» non c’è un’istituzione che celebri il movimento

Paradossalmente proprio F.T. Marinetti aveva pensato al primo museo futurista: un museo dedicato a Boccioni nella piccola Morciano che gli aveva dato i natali. Inutile ironizzare, sì, è lui, l’uomo che i musei li voleva distruggere. Quelli del passato, però.
A pochi mesi dal fatidico centenario, una data che riguarda in primo luogo e soltanto Marinetti, e non ancora il futurismo, viene da chiedersi perché, nel paese dei musei, nessuno, mai, dopo Marinetti, o dopo i tentativi di sua moglie Benedetta Cappa, abbia cercato di realizzarlo.
Perché in Italia ancora si litiga. E la noia degli argomenti, futurismo-fascismo, Marinetti-avanguardie, primati o folklore, sembra aver seppellito la cosa grande che resta, a dispetto di tutti. L’ottimismo, il gusto per l’ironia, per la levità, per la vita, l’enorme numero di artisti coinvolti, partecipi.
Gli italiani consentirono che i grandi capolavori traversassero il mare, Boccioni, Balla, i manoscritti dei fondatori sono in America. Litigando sempre. Gli italiani consentirono che l’intera generazione del cosiddetto secondo futurismo scomparisse amareggiata, uno dopo l’altro, ben dopo la mostra salvifica di Palazzo Grassi del 1986, che rivelò la grandezza del movimento, anche dal punto di vista «commerciale».
Nella storia della letteratura italiana di Garzanti, Carlo Bo parla di Marinetti come se fosse una macchietta locale, e incide forte la parola fallimento («rivoluzione mancata»). Eppure erano in tanti, in quegli anni, a dimostrare il contrario. Maurizio Calvesi, Enrico Crispolti, Claudia Salaris, Giovanni Antonucci e c’erano giovani arditi, come Annamaria Gambuzzi della galleria Fonte d’Abisso, che, fin dal 1978, cercavano di dimostrare quanta fosse la forza e la bellezza di questa pittura e scultura. Nulla servì.
I quadri uscirono, il museo non c'è. Il diario di Marinetti è fermo al primo volume e forse si pubblicherà il resto in inglese. O in egiziano magari, dato che F.T. è nato lì.