Ma perché l’Italia non può avere un tennista cosi?

L’Open d’Australia a un ventenne, età in cui i nostri giocatori non sono considerati «maturi». Ma per la federazione siamo in piena crescita

(...) nella prima settimana, i nostri hanno vinto 7 dei 18 incontri disputati con la Schiavone unica al terzo turno. Questo è il punto: perché l’Italia non può avere un tennista come Novak Djokovic o - quantomeno - qualcuno simile? La domanda di questi tempi è scivolosa, nel momento in cui il contrasto tra chi giudica e chi pratica, tra giornalisti e giocatori insomma, si è fatto a volte aspro: i primi rimproverano ai secondi scarsa attitudine al sacrificio, i secondi contestano il pregiudizio. Posizione, questa, supportata anche dalla federazione, pronta a celebrare successi su successi (ma quali?) ed entrare immediatamente in polemica (è capitato recentemente su alcuni blog, come quello apprezzato del collega Ubaldo Scanagatta) con chi contesta l’esistenza di questa marcia trionfale.
In pratica: alcuni risultati ci sono. Probabilmente è vero che i tesserati sono in aumento, è sicuramente certo che i nostri tennisti - soprattutto in campo femminile - hanno migliorato il loro rendimento e i successi in Fed Cup delle ragazze hanno risvegliato in qualche modo l’interesse verso il tennis. Ma non basta, soprattutto in campo maschile, dove i nostri migliori (ad eccezione di Seppi - che studia sempre per migliorarsi - e di Fognini), vivacchiano intorno alla cinquantesima posizione in classifica curandosi l’orticello su terra rossa, una superficie che ormai conta sempre meno sul palcoscenico mondiale. Qualcuno contesta la cronaca fatta solo di numeri tacciando di malafede chi misura la forza di una nazione sulla base dei risultati dei 4 grandi tornei: eppure sarebbe come chiedere le referenze per un’assunzione tenendo conto degli studi primari e saltando l’università. E soprattutto: se negli ultimi dieci anni solo 3 racchette azzurre hanno conquistato gli ottavi di finale dei tabelloni maschili degli Slam, qualcosa vorrà pur dire.
Invece no: mentre il nostro tennis aspetta il suo Djokovic (o magari, perché no, il suo Tsonga), l’Italia è tutta presa in una lotta di potere («o con noi, o contro di noi» è la parola d’ordine del mandato del presidente Binaghi) che serve solo a rifare la facciata e non le fondamenta. Non ci si spiega altrimenti perché, dopo aver celebrato la ricostruzione dalle precedenti macerie (ma perché allora nominare presidente onorario della Fit Paolo Galgani, responsabile del disastroso Ventennio che ha distrutto il nostro tennis?) si è passati a una confusa gestione tecnica anche sui possibili talenti, tipo Trevisan e Fabbiano, con un via vai di tecnici e coach di supporto che rendono difficile capire quale sia l’effettivo potenziale dei due. In pratica: Djokovic, a 20 anni, ha vinto ieri il suo primo Slam, i nostri - 18 anni e mezzo entrambi - ancora non sanno cosa faranno da grandi. E anche Giacomo Miccini, 15enne emigrato in America per giocare (e spesso vincere) con ragazzi più adulti di un paio d’anni, ha già conosciuto il sistema Italia: il suo talento vale solo 3mila euro l’anno, l’incentivo che merita per non essere passato dal Centro tecnico di Tirrenia. Si dirà comunque: nessun problema, c’è sempre speranza, si sa che gli italiani maturano più tardi. Ma il problema è che il nostro tennis non matura mai.