Perché l’oligarchia "radical" non è lo specchio della società

Si vota oggi e domani. La partita di Milano si conferma ancora una volta fondamentale: ecco dieci motivi per votare la Moratti

Ma siamo sicuri che questa oligarchia di patrizi, petrolieri pentiti, letterati, musicanti, archistar, intellettuali nostalgici e reazionari siano la Milano migliore, quella del futuro? Non è che questi qui non siano bravi o carismatici o di successo. Non si può dire che un Vecchioni o un Celentano non abbiano avuto mai nulla da dire. Solo che sono rimasti intabarrati nel Novecento. Milano, come l'Italia, ha bisogno di uscire dalla cappa di immobilismo, fuggire da questa nostalgia da ignavi, di chi si piange addosso, di chi spera nella crisi, nei terremoti, nell’apocalisse. Non se ne può più di pessimisti, moralisti, disillusi e di predicatori tanto al chilo. Non è retorica del fare. Anzi, prima di fare è utile pensare. Questa è una stagione che manca di filosofi e di coraggio. Questa oligarchia «radical» da quanto tempo si volta indietro per paura del futuro? Da quanti secoli predica solo l’estetica della disgrazia?