Perché un liberale non può votare per il centrosinistra

Egidio Sterpa

Preferiremmo tutti che queste fossero elezioni normali, con le quali decidere a chi affidare il governo del Paese secondo il principio liberale della democrazia dell’alternanza. Così non è purtroppo. Troppe anomalie come dimostra il caso di un candidato alla premiership che dà del «matto» ad un cittadino che lo interroga e definisce «delinquenti politici» gli avversari. Che cosa si può rimproverare all’altro concorrente? Tra i suoi comportamenti irrituali possono esserci talune boutades, ma non certo mancanza di urbanità e di buona creanza. È vero invece che, al contrario del Professore, il Cavaliere è stato oggetto in questi ultimi cinque anni di attacchi furiosi, con contumelie d’ogni tipo, da «mafioso» a «corruttore» e ora a «delinquente». La lotta politica è stata impestata dall’antiberlusconismo, diventato il tratto distintivo di questa campagna elettorale.
Studiosi moderni della politica ci insegnano che democrazia e libertà stanno e cadono insieme. Insomma, non c’è democrazia se non c’è possibilità di alternanza, non c’è libertà se non è assicurato scambio pacifico degli organi esecutivi, se non c’è divisione ed equilibrio di poteri e tutela delle minoranze. Fatta questa affermazione di principii, che dovrebbe essere superflua ma non lo è affatto oggi in Italia, si permetta dunque ad un liberale di spiegare perché il 9 e il 10 aprile non voterà per il centrosinistra, dove di centro c’è assai poco e di liberale quasi niente. In questa campagna elettorale si stanno confrontando due concezioni inconciliabili di società, di Stato e perfino di etica, il divario rilevante di cultura politica è innegabile. L’Italia prodiana che il centrosinistra ipotizza non si identifica affatto con una società liberale. Prodi è la facciata strumentale della cultura dei Bertinotti (avversario rispettabile, però, se non altro, per la coerenza che lo contraddistingue), dei Diliberto, dei Pecoraro Scanio e di personaggi del vecchio e immarcescibile massimalismo marxiano. Non c’è dubbio che, per gli inevitabili condizionamenti che gli verranno da alleati tanto eterodossi, Prodi non potrà che proporre soluzioni stataliste e, chissà, persino illiberali, come fanno prevedere talune minacce di misure punitive espresse senza ritegno.
Ci sono sì presenze non massimaliste nella coalizione prodiana, che fa sfoggio retorico di riformismo e progressismo, ma sono sporadiche e ininfluenti. Non è irriguardoso né privo di ragione chiedersi quanto di genuinamente democratico e liberale ci trovino personaggi degni di stima come i radicali Bonino e Pannella, socialisti come Intini, repubblicani come Enzo Bianco, democratici solidi come Maccanico, degasperiani come Gerardo Bianco e persino politici come Zanone, da sempre, in verità, più «liberal» che liberale cavouriano e malagodiano.
La impossibilità per un liberale di votare a sinistra oggi non può certo essere dissolta dalla feroce polemica sulla realtà sui conti economici e la contestazione della Trimestrale di cassa, preparata dal ministro Tremonti e garantita come «concordata in sede comunitaria» da La Malfa. Non servono altre argomentazioni, né tanto meno giustificazioni, per un voto al centrodestra anziché al centrosinistra. Non esistono, allo stato delle cose, condizioni per un’alternanza, principio nel quale continuiamo a credere fermamente. Ci fosse ancora il Montanelli degli anni Settanta, sicuramente non mancherebbe l’invito emergenziale a guardare alla realtà della politica italiana e a difendere, nonostante qualche riserva, le garanzie che occorrono per mantenere tutte quelle libertà che realizzano una democrazia vera e salda.