Perché il «Manifesto» usa i bimbi iracheni come scudi del falso pacifismo?

Non c’è un limite al fanatismo antiamericano che pervade gli animi degli estatici pacifisti (che immaginano di avere davanti mostruosi ammiratori della guerra, «sola igiene del mondo») se è vero che sul Manifesto Ida Dominjanni scrive: «I bambini di Bagdad usati dai marines come scudi». Non so quali siano le fonti della giornalista ma è certo che questo espediente deve essere stato applicato molto recentemente se si pensa a quanti soldati americani sono stati uccisi non in scontri armati, ma con lo strumento vile delle autobombe o dei kamikaze. Non risulta che siano caduti abbracciati ai soldati i bambini-scudo che evocano l’immagine più cruda e dolente della guerra. Sappiamo invece quotidianamente di azioni criminali che, accresciute le difese dei soldati americani attraverso l’esperienza e il sangue versato in seguito ai vili attacchi che Giorgio Bocca giudica normali espressioni della lotta di resistenza, definiscono una vera e propria guerra civile e una violenza fratricida. Non passa giorno che a Bagdad terroristi nelle strade, nei supermercati, perfino nelle moschee non entrino per far morire giovani donne e bambini musulmani come loro, colpevoli soltanto di non essere fanatici, di credere che la vita possa continuare anche nei giorni difficili della ricostruzione, come accadde nel nostro dopoguerra.
Invece no. La vita a Bagdad è diventata insicura soprattutto per i cittadini iracheni, per i sospetti di islamismo tiepido, per loro non c’è pietà. Ma un pacifista non pensa a garantire la vita dei cittadini ma alla minaccia dei crudeli marines e dimentica che qualche giorno fa sono stati uccisi da terroristi islamici centocinquanta bambini, ai quali non era attaccato alcun soldato americano. Morti e basta, uccisi in nome di un Dio che doveva proprio chiedere il loro sangue per affermare la religiosità degli assassini.
Mi viene in mente, a proposito di violenze ai bambini, quella che più sottilmente viene esercitata in un Paese democratico come il nostro attraverso leggi che sembrano privilegiare la pena alla misericordia, non dirò al perdono. Alle donne che sono in carcere, madri, è concesso di scontare la pena agli arresti domiciliari se hanno figli di età inferiore ai 3 anni. In caso contrario, dai 3 anni in su, i figli sono costretti a stare in carcere con le madri, scontando con loro la pena. Si può immaginare, dunque, un bambino di 4, di 5 o di 6 anni che sia legato come uno scudo alla madre ed esposto alle restrizioni del regime carcerario. Su questa materia Ida Dominjanni non mostra lo scandalo e non osserva l’anomalia che si esprime come sadismo quotidiano ordinario. Osservo, da parlamentare, questo barbaro comportamento di cui nessuno si scandalizza partecipando con Franco Corbelli all’iniziativa di chiedere che l’umanità non sia soltanto un’aspirazione retorica ma un comportamento e un’aspirazione di ogni spontaneo pacifista. Difendiamo da uno Stato crudele i bambini che abbiamo vicini invece di immaginare mostri americani in Irak.