PERCHÉ È MEGLIO EVITARE LE ELEZIONI

Il voto auspicato dalle opposizioni sarebbe un bene forse anche per la maggioranza. Ma al Paese servono governabilità e continuità. <strong>SONDAGGIO</strong> <strong><a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=170">Come finirà l'attuale crisi? VOTA</a></strong>

No, è meglio non andare a votare subito, come invece chiedono in tanti, dalle opposizioni ai giornali, Corriere della sera in testa. E come sperano, sotto sotto, anche molti nella maggioranza, Lega in testa. Lo dico da italiano e non da uomo di parte. Se dovessi infatti dirlo dal punto di vista del centrodestra, dovrei solo augurarmi che ci fossero le elezioni anticipate. In un referendum tra Berlusconi e il Nulla coalizzato - secondo la formula di Veltroni apprezzata dai finiani - è probabile infatti che vincerebbe Berlusconi, trionferebbe la Lega e l’equivoco Fini, alla base di tutte le turbolenze, sarebbe spazzato via o almeno ridimensionato. E se dovessi dirlo da giornalista, dovrei auspicare il voto perché la giostra elettorale galvanizza le tirature, mobilita i lettori e acuisce l’attenzione della gente verso le opinioni. Dunque ci sarebbero ragioni di bottega e di utilità politica per tifare elezioni anticipate. Ma la politica non si fa con lo spirito della corrida e non si manda allo sbaraglio un Paese, già duramente provato e spaccato, pur di ottenere tramite una specie di ordalia, un sanguinoso giudizio di Dio. Ho il fondato sospetto che Berlusconi dica di non volere le elezioni anticipate ma che di nascosto le voglia; e al contrario che l’opposizione, da Casini a D’Alema, dica di volerle ma di nascosto le tema. Vogliono anticipare di due anni la fine del governo Berlusconi e rischiano di firmargli un mandato per altri cinque. Difendendo questa legislatura, so di difendere la continuità dell'esperienza di governo e delle opposizioni, e perfino il posto in Camera di tanti precari con permesso di soggiorno scaduto; a cominciare dal suo presidente. Ma so di difendere sopra tutto gli interessi dell’Italia. E vi dico perché.

Primo, perché non possiamo permetterci in queste condizioni e con questa crisi economica globale, di vivere un semestre bianco e livido, senza un governo in carica, col paese spaccato e inferocito e la magistratura scatenata per l’attacco finale. Secondo, perché è assurdo andare a votare su Ruby o Montecarlo, sarebbe avvilente e fuorviante. Sarebbe una campagna elettorale fondata sulle intercettazioni, gli sputtanamenti, i glutei flaccidi e le erezioni plurime aggravate. Terzo, perché se il verdetto fosse netto, prolungherebbe di altri cinque anni l’agonia e la spaccatura verticale del paese; e se il verdetto fosse ambiguo, evocherebbe lo spettro di governi precari, alleanze equivoche, ricatti e ancora elezioni anticipate. Quarto, perché si deve trovare una soluzione politica a questo sfascio, e non si può immaginare una soluzione militare, con eliminazione del nemico e diritto al saccheggio. E qui vengo alle ragioni positive per continuare.

Ci sono alcune riforme che non possono essere lasciate a metà, compreso il federalismo che a me non piace ma che è ormai necessario per gli equilibri della politica e del paese. O la riforma della giustizia, che va contemperata e non inflitta, ma che è urgente per l’Italia, prima che per il premier.

C’è poi la necessità di aver tempo per preparare il paese, la classe dirigente e i partiti alle elezioni. Per far nascere programmi e coalizioni coerenti e non raffazzonate e avvelenate dall’emergenza; per favorire l’emergere di nuovi leader e nuove candidature, e consentire anche nel centrodestra una transizione dolce e guidata; per far tornare a votare gli italiani con un sistema elettorale che permetta di scegliere i propri rappresentanti. Insomma si può davvero pensare che alla scadenza naturale si apra una nuova fase per l’Italia, e avere più di due anni per prepararsi alla svolta sarebbe meglio per tutti.

Quando il fumo di questi giorni passerà, si farà anche un bilancio meno focoso e più lucido del bunga bunga. Una vicenda giudiziaria dove non emergono reati, dove non ci sono vittime, denunce e parti lese, dove non ci sono danni al bene pubblico eccetto uno: il danno d’immagine, ma compiuto da chi rende pubblico quel che è intimo e privato. Un privato avvilente, lo ripeto, ma che diventa modello pubblico grazie a chi manda in giro immagini, intercettazioni e vicende intime. Se ritraete il re seduto sul cesso e la diffondete nel mondo, discreditate la corona e il regno intero. Però l’immagine negativa che riverbera sul paese non è colpa del re, ma di chi la divulga. Che Italia sarebbe uscita dalle immagini di Re Vittorio Emanuele II sorpreso a cavalcare la donnina di turno nei suoi frequenti accessi di sesso notturno? O del Kennedy che in piena guerra fredda ha le caldane e monta da serial killer svariate pupe? L’immagine discredita e diventa cattivo esempio se viene divulgata. Insomma finiamola col Grande Fratello, le orgettine e i guardoni. Se ci sono una decina di voti di vantaggio, si governi il Paese per altri due anni pieni e al diavolo le puttanate.