Perché negli Usa c'è la rivolta contro le tasse

In America si sta manifestando e sviluppando un importante scisma culturale. Ma non su questioni come l’aborto o la religione, il matrimonio tra persone dello stesso sesso o l’istruzione scolastica privata, anche se questi sono argomenti della massima importanza. Il nuovo spartiacque riguarda la libera impresa, ovvero uno dei principi fondamentali della cultura americana. Possiamo vedere gli inizi di questo scisma nei vari «ricevimenti all’ora del tè» (i cosiddetti «tea party») che spuntano dappertutto negli Stati Uniti. Centinaia di migliaia di cittadini americani si riuniscono per protestare contro il deficit pubblico, contro una burocrazia potente e irresponsabile, e contro l’Amministrazione Obama che sembra fin troppo desiderosa di perdonare e ricompensare i cattivi comportamenti, dagli illeciti compiuti dalle grandi aziende alle frodi sui prestiti ipotecari.

Le rivendicazioni dei manifestanti si basano su dati certi. In una pubblicazione dal titolo orwelliano di A new era of responsibility (Una nuova era di responsabilità) l’Ufficio per la Gestione e il Bilancio della presidenza rivela che si prevede un deficit di bilancio medio del 4,7 per cento all’anno nei cinque anni successivi alla fine della recessione. L’Ufficio per il Bilancio del Congresso prevede che nel corso del prossimo decennio il debito dello stato aumenterà di 9.300 miliardi di dollari. E quali investimenti giustificano questo gigantesco conto, che dovrà essere pagato dai nostri figli e dai nostri nipoti?

Cose assurde, secondo molti, che vanno dal tirare fuori dai pasticci la General Motors e l’Unione dei Lavoratori del settore automobilistico alla costruzione di un campo da golf e frisbee a scarso impatto ambientale a Austin nel Texas. Per sostenere il welfare di società private, un mondo politico troppo prodigo di potenti interessi specifici, la spesa pubblica continuerà a crescere e a gravare in percentuale sull’economia, così come accadrà per le tasse. Tuttavia questi «tea party» non si basano soltanto su freddi dati di bilancio. Si fondano invece su un populismo di tipo etico.

Coloro che protestano sono proprietari di case che non hanno rinunciato a pagare le proprie ipoteche, proprietari di piccole aziende che non vogliono l’assistenza sociale garantita dalle grandi aziende, banchieri che non si sono lasciati contagiare dalle follie finanziarie e oggi non hanno bisogno di salvataggi. È tutta gente che stava facendo bene le cose importanti e che ora osserva l’Amministrazione Obama ricompensare chi ha sbagliato le scelte cruciali. Sui mass media, tra gli accademici, e nel governo molti liquidano questo populismo etico come un movimento marginale, e forse alcuni lo considerano perfino pericolosamente estremistico. A dire il vero, concetti come il libero mercato, un governo limitato e l’imprenditorialità hanno l’aria di essere ancora maggioritari.

Nel marzo 2009, il Pew research center ha domandato alla gente se preferisce o meno vivere «in un’economia di libero mercato anche con violenti alti e bassi di tanto in tanto». Il 70 per cento degli intervistati ha risposto sì, soltanto il 20 per cento no. In altre parole, la libera impresa continua a essere un valore largamente condiviso. Almeno per il momento. In un sondaggio condotto nell’aprile di quest’anno dall’istituto Rasmussen in cui veniva chiesto agli intervistati di scegliere il sistema migliore tra capitalismo e socialismo, il 13 per cento delle persone al di sopra dei 40 anni ha scelto il socialismo. Tra coloro che sono al di sotto dei 30 anni, la percentuale è salita al 33 per cento (per la cronaca, le preferenze dei Repubblicani nei confronti del capitalismo sono undici volte maggiori di quelle per il socialismo, mentre i Democratici si dividono equamente tra i due sistemi).

Il governo ha incoraggiato questa tendenza per anni, esonerando un sempre maggior numero di americani dalla partecipazione alla spesa pubblica. Il mio collega Adam Lerrick ha dimostrato l’anno scorso sul Wall Street Journal che la percentuale di americani adulti esentati dal pagamento delle tasse federali sul reddito salirà dal 40 per cento al 49 per cento con il programma fiscale messo in atto dal presidente Obama. E un’ulteriore percentuale di persone, pari all’11 per cento, pagherà il 5 per cento in meno di tasse federali sul reddito, per un ammontare totale inferiore a mille dollari a testa.

Per dare un risvolto più moderno a un vecchio assioma, un uomo che non è socialista a 20 anni non ha cuore; un uomo che è ancora socialista a 40 anni o non ha testa oppure non paga le tasse. I socialisti democratici operano per creare una maggioranza di beneficiari netti nella cosiddetta «economia della condivisione». Combattono una guerra culturale di logoramento con strumenti economici. I difensori del capitalismo rischiano di farsi cogliere in fallo con argomentazioni sempre più antiquate del tipo che quello della libera impresa è un tema degno di un best seller popolare ovvero da Main Street. I progressisti lavorano invece a tutto gas per far sì che questo non accada.

I sostenitori della libera impresa hanno da imparare da queste proteste popolari e devono fare della libertà e dell’imprenditorialità una questione morale. Devono dichiarare che è una questione morale confiscare sempre più redditi da parte di una minoranza semplicemente perché si può fare; abbassare i compensi delle imprese che conseguono buoni risultati, e spendere ciò che non abbiamo senza alcun riguardo per il futuro dei nostri figli. Dobbiamo anche definire il concetto di «equità» come qualcosa che tutela il merito e la libertà. Questo genere di equità è intuitivamente più attraente per gli americani di qualunque cosa che implichi una redistribuzione forzata.

Prendiamo per esempio l’atteggiamento che il pubblico manifesta nei confronti della tassa sui beni immobiliari, che saranno soltanto in pochi a pagare (quelli in proprietà da milioni di dollari), ma che i due terzi degli americani considera «assolutamente iniqua», secondo un sondaggio Harris del 2009. Milioni di cittadini comuni ritengono che sia ingiusto che il governo abbia un comportamento predatorio, anche se le prede sono i ricchi. A prescindere dalla strategia politica, il movimento intellettuale a favore della libera impresa sarà cruciale in quello che appare come un conflitto culturale. Poiché i politici che ci governano offrono un futuro «redistribuzionista» a una nazione impaurita e un nuovo conflitto culturale incomincia a ribollire, dobbiamo far vedere che esistono alternative politiche concrete con uno spirito autenticamente imprenditoriale.

Non basta infatti sottolineare che il sistema sanitario nazionalizzato trasformerà la visita al dottore in qualcosa di simile all’andare alla motorizzazione civile per far controllare un veicolo. Abbiamo bisogno che ci siano offerte soluzioni e riforme chiare e orientate sui principi di mercato. Questo è un periodo che rende euforici coloro che promuovono libertà e opportunità. Gli ultimi anni ci hanno portato malessere, e sono stati anni in cui i politici «conservatori» al potere hanno sostenuto in modo poco più che simbolico la libera d’impresa.

Oggi, come alla fine degli anni Settanta, abbiamo un governo, un Congresso e tutto il mondo accademico e dei media che lavorano per cambiare la cultura americana in un modo che alla maggioranza degli americani non piace. Come all’epoca di Carter, queste avversità ci offrono per la prima volta da anni la possibilità di un vero rinnovamento culturale.
Arthur C. Brooks
*Presidente dell’American enterprise institute