«Perché non c’erano taxi? Qualcosa sapevano»

Sfruttano le ex basi israeliane ricche di pozzi d’acqua

Gian Micalessin

I beduini qualcosa sapevano. «Verso mezzanotte i tassisti si sono improvvisamente rifiutati di scendere in città», raccontano i turisti scampati alle bombe di Sharm el Sheikh. I tassisti del Sinai sono tutti beduini, uomini del deserto convertiti all'automobile per sfruttare il boom turistico della zona, ma saldamente legati alle tribù che battono piste e canyon del deserto. Qualunque carico illegale attraversi la penisola, dalla droga all'esplosivo, ha bisogno di un beduino per arrivare a destinazione. Le coste del Sinai sono collegate dalla statale 66, un'unica strada che scendendo da Suez costeggia per 369 chilometri la costa orientale, tocca Sharm el Sheikh e risale lungo le sponde del Golfo di Aqaba per altri 240 chilometri sino a Taba e al confine israeliano. Trasportare esplosivo, armi, detonatori su questa serpentina d'asfalto disseminata di posti di blocco è praticamente impossibile. Evitare quella strada significa avventurarsi nel deserto e dunque ricorrere alle guide beduine.
Mercenari e contrabbandieri per vocazione i beduini lavorarono come scout per i soldati israeliani durante l'occupazione e ritornarono ai loro traffici dopo il ritiro. Da allora le ex basi israeliane con i pozzi d'acqua scavati nella sabbia sono diventati accampamenti, rifugi e fonti di reddito. Chi scrive seguì un gruppo di beduini in un lungo tour a dorso di cammello alla ricerca delle ex basi trasformate, grazie ai pozzi israeliani, in piantagioni di hashish e oppio destinato ai turisti della costa. Anche chi ha trasportato, o nascosto, l'esplosivo per gli attentati di Sharm el Sheikh è ricorso sicuramente al loro aiuto. Dunque gli uomini del deserto possono aver avuto sentore di un'imminente minaccia.
Identificare questi nomadi come la struttura portante di Al Qaida è però quantomeno fuorviante e le forze di sicurezza egiziane lo sanno bene. Lo scorso ottobre, dopo l'attentato contro gli hotel di Taba che segnò il ritorno del terrorismo islamico, gli uomini del generale Osman Suleiman capo dell'intelligence, braccio destro di Hosni Mubarak e spietato cacciatore di fondamentalisti, arrestarono più di 3000 beduini. Duecento di quei fermati sono ancora in carcere, ma nonostante i durissimi interrogatori e le denunce di torture l'intelligence egiziana non è riuscita a prevenire il nuovo attacco. Da due giorni gli uomini del generale Suleiman hanno ripreso le retate nei campi del Sinai fermando una settantina di sospetti.
Nessuno, però, s'illude d'arrivare ai mandanti degli attentati. L'esperienza passata insegna che la pista beduina non porterà più in là dei fiancheggiatori locali di Al Qaida. Gli inquirenti vogliono anche capire se la targa israeliana ritrovata tra le macerie dell'attentato appartenesse, come sembra, ad una delle autobombe. Di certo l'auto non ha superato il confine con a bordo l'esplosivo, ma può esser stata usata per eludere i controlli ai posti di blocco di Sharm. Resta anche da capire se è stata rubata a un gruppo di turisti o se è invece arrivata da oltreconfine. L'eventualità segnalerebbe l'inquietante presenza di quinte colonne già infiltrate sul territorio dello Stato ebraico. Di certo i primi a ipotizzare il riemergere del terrorismo fondamentalista in Egitto furono gli israeliani. Un anno e mezzo fa indagando sui traffici d'armi diretti a Gaza e sfruttando i vecchi rapporti con le tribù beduine Mossad e Shin Bet rilevarono movimenti sospetti nella zona di El Arish prospiciente il valico di Rafah, 350 chilometri a nord di Sharm el Sheik. Gli egiziani smentirono l'ipotesi, ma il kamikaze palestinese autore della strage di Taba arrivò proprio da El Arish.
In verità le serrate, ma segretissime indagini condotte dagli uomini del generale Suleiman e le migliaia di arresti tra le file dei Fratelli Musulmani, anima legale del movimento di opposizione islamica anti Mubarak, non sono riuscite a far luce sulla struttura delle cellule terroriste. Le cellule farebbero capo direttamente al medico Ayman Zawahiri, il numero due di Al Qaida ed ex leader della Jihad islamica egiziana sfuggito agli arresti degli anni ’90. Nel suo libro «Cavalieri sotto le bandiere del Profeta» scritto dopo l'11 settembre, Zawahiri ricorda che la «via per liberare Gerusalemme passa per il Cairo». Fedele a quest'idea sarebbe stato proprio lui, secondo un articolo intitolato «Da Riad al Sinai» apparso su un sito Internet vicino all'organizzazione terrorista, a ordinare la creazione di una cellula egiziana diventata operativa sette mesi prima dell'attacco di Taba. Una cellula rimessa in attività da nove misteriosi pakistani arrivati a Sharm El Sheik con passaporti falsi lo scorso 5 luglio. Una cellula su cui neppure il grande nemico Osman Suleiman è fin qui riuscito a far luce.