Perché non è facile mandare a casa la «banda Prodi»

Caro Granzotto, i compagni ti fregano comunque. Uno può pensare il peggio di loro, ma quelli fanno sempre un passettino in più. Questa specie di armata brancaleone stravaccata nei palazzi del Governo è riuscita a disgustare anche i suoi elettori nel giro di sei mesi, non passa giorno che non compia qualche disastro, per rimediare ai quali non basteranno dieci anni di governo «normale», usa toni di una arroganza inaudita, il loro degno primo ministro passa da una figuraccia all'altra, da una menzogna all'altra ma non dismette la burbanzosa spocchia. I livelli di credibilità sono abbondantemente crollati, e quelli di gradimento sprofondati. Ma il sistema di potere frattocchiesco non demorde, ed ecco di nuovo una valanga di accuse contro il Sismi, contro la polizia assassina del G8 genovese e tutta la vecchia, solida ipercollaudata tecnica di denigrazione e annientamento personale, nella speranza, se non di risalire la china, di trascinare giù anche gli altri, il tutto mentre il terrorismo islamico è sempre più minaccioso e la criminalità più che mai impunita. Ma io non sono arrabbiato con i compagni, che continuano a fare il loro mestiere (e che altro sanno fare?): sono molto, molto arrabbiato con la mia parte politica che ancora non ha saputo (o voluto?) mandare a casa questa «monnezza». Inciuci di Casta o che? Berlusconi & Co. lo sanno che siamo veramente stufi?


Lo sanno. Orpo se lo sanno, caro Simonetti. Chi non vorrebbe mandare a casa la banda Prodi? Solo che non è facile come sembra. È gente che si aggrappa alle poltrone del potere con le unghie, disposta a tutto, anche alle più umilianti messinscena. Gente che si affida alla tenuta fisica di un manipolo di senatori a vita: questo è un governo che si regge su Rita Levi Montalcini, questo è un Paese che ha ambizioni planetarie, che si dice «europeo», ma campa, quando c'è da infilarla nella apertura del marchingegno per il voto in Parlamento, grazie alla mano non fermissima di una novantottenne. Illustre, egregia, pluridecorata, ma sempre novantottenne in tempi in cui politica e società civile stanno menandola con il «largo ai giovani», con il «rinnovo anagrafico». E se capita che Levi Montalcini marchi visita, sovviene Oscar Luigi Scalfaro, classe 1918. Un novantenne.
Un po' ce la mettono anche gli assenteisti della minoranza, tutti della scuola, sempre e comunque citrulla, del «cosa vuoi che conti un voto in più o uno in meno» mentre mai come adesso un voto in più o uno in meno fa la differenza. Stando così le cose, che possono fare Berlusconi & Co., sempre che tutti i Co. siano dell'opinione che Prodi debba togliere il disturbo ora, subito? Le elezioni? Ma l'unico che detiene il potere di sciogliere le Camere è Giorgio Napolitano. Ottantaduenne seguace del quieta non movere et mota quietare. Senza dire che c'è sempre di mezzo San Cirillo, il 28 ottobre, data faustissima che spalanca ai 945 parlamentari le porte di quell'antro di Alì Babà rappresentato dal diritto alla pensione e ai suoi cospicui scatti. Insomma, caro Simonetti, ci tocca aspettare ancora un po' prima di poter gridare, come il suo Balilla, «Che l'inse?». E suonargliele di conseguenza.