Perché non parlo con la Mussolini

«Falla nera», mi scrive Massimiliano Parente. Non ce n'è bisogno, è già nera. E su questo io argomento la mia indisponibilità a parlare con lei. Con la Mussolini, intendo. Non per ragioni personali, dunque: poca cosa sono l'irritazione, lo scontro fisico, gli occhiali lanciati a terra; ma per ragioni politiche. I suoi argomenti, il suo metodo, la sua visione sono oggettivamente e naturalmente fascisti. In lei la persona è subordinata al personaggio e alla memoria del nonno, di cui i meno faziosi riconoscono i meriti (soprattutto nella urbanistica e nella architettura, se soltanto compariamo l'Eur alla Ara Pacis di Rutelli e Veltroni), ma non per questo possiamo perdonare o condonare i crimini contro gli uomini, la democrazia, la civiltà (dal delitto Matteotti, all'assassinio di Gobetti, al carcere per Gramsci, alle imprese coloniali, all'alleanza con Hitler, alla persecuzione degli ebrei: troppo per essere dimenticato in nome della grande impresa della Enciclopedia Treccani, opera certamente meritoria). Dunque, la Mussolini non rinnega di essere fascista, anzi ne è orgogliosa, anche se sgrana gli occhi se glielo attribuisci come epiteto insultante nell'invettiva. Tale è, per molti di noi, l'appellativo «fascista»: ma lei dovrebbe offendersi di essere chiamata, se mai, comunista. Così, per difendersi, elabora strane teorie sulle donne (dette «pupe») umiliate se, dopo tre settimane di condivisione delle stesse lenzuola con i ragazzi (detti «secchioni»), si adombra l'ipotesi che possano avere rapporti sessuali. Difficile pensare che, invece di essere soddisfatte e partecipi, siano costrette da quei maschi, psicologicamente fragili e frustrati, e da loro oggettivamente dominati e trasformati in caricature, fino a rinunciare o a trascurare il sapere per adattarsi ai modelli più ovvi imposti dalla moda e dalle mode. Le ragazze, per quanto apprendano con riluttanza, hanno più forte personalità e resistenza ai luoghi comuni e sono meno disponibili a trasformarsi in «secchione», convinte e orgogliose del loro essere «pupe». Con questi archetipi, sia pure dinamici, è difficile parlare di dignità, più o meno rispettata o mortificata. Aggiunge Parente: «Di’ alla Mussolini che se lei si offende in quanto donna e non in quanto persona è lei che offende le donne».
In verità, non sono gli argomenti della Mussolini che mi interessano, ma l'affermazione di alcuni principi da cui anche la televisione più volgare non può prescindere. Che senso hanno le osservazioni di Paola Perego, a Buona Domenica, per la quale non si può fare entrare nella sfera ludica, di intrattenimento, di La Pupa e il secchione la gravità della politica? E perché mai? Nel programma è continuo il riferimento all'attualità politica e anche alle ideologie: le ragazze sono chiamate a parlare di Sismi e Irap, e a riconoscere Hitler e Stalin, Mussolini e Fidel Castro, Che Guevara e Cossiga, Andreotti e Padoa-Schioppa, Ciampi e Napolitano, Mastella e Fassino, la Moratti e Dario Fo. Icone diverse di ideali politici e di partiti. E perché non dovrebbero vedere nella Mussolini, in carne e ossa, non diversamente che in fotografia, il simbolo di quel partito che lei non rinnega ed anzi sostiene e rappresenta nel Parlamento Europeo? Come si richiede alle «Pupe» di riconoscere Dante e di leggere i Canti della Divina Commedia, non si può pensare, tra le materie storiche e l'educazione civica, di non far loro conoscere e chiedere di rispettare la carta fondamentale della democrazia, la Costituzione. Nella quale, piaccia o non piaccia, e al di là delle qualità umane e artistiche della Mussolini, una precisa disposizione impone: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi di forma, del disciolto Partito Fascista».
E nessuna «forma» è più insidiosa di quella che passa attraverso il facile divertimento e la legittimazione di ogni comportamento in un reality show. Così può accadere che la produzione, mentre tratta senza rispetto, come nelle forme più sgradevoli di caporalato, il pubblico, voglia anche svilire, pur nella modesta funzione, una giuria che, presieduta dalla Mussolini, non risponde alle regole elementari del prevalere della maggioranza, come è per qualunque giuria, Tribunale, votazione. E così, come si vedrà questa sera, se tre Commissari indicano una scelta, prevale il giudizio dei restanti due, fra i quali vi sia la Mussolini, le cui decisioni assorbono e superano la volontà della maggioranza. Nessuno ci ha comunicato questo bizzarro criterio che è emerso alla quarta puntata come conseguenza dell'impossibilità di comunicazione tra me e la Mussolini. Ma che in realtà era già all'origine del primo scontro, per la mia insofferenza a questa prepotenza contro la logica e contro la nostra stessa ragion d'essere lì. E anche ammesso che il voto della Mussolini (non avendo senso che si sostituisca al nostro) valesse doppio, si arriverebbe comunque a un verdetto di parità.
Da qui dipende la mia ulteriore irritazione, non contro la Mussolini, ma contro gli autori del programma, cui io estenderò la qualifica di fascisti. Nulla di strano (anche se potrebbe apparire sorprendente e efficace) che la Mussolini si compiaccia di un suo ruolo egemonico, e non arbitrale, pur sapendo perfettamente di decidere senza consultarsi con gli altri giurati, e forse su indicazione degli autori; ma un certo stupore che si invitino in televisione persone pensanti per esprimere un giudizio, e che poi le si ignori completamente. Le lunghe attese, nella durata fluviale della registrazione del programma, e la frustrazione di non potere esprimere una valutazione, perfino a maggioranza, mi hanno indotto a reagire creando un imprevisto (e certo gustoso) reality nel reality, concepito sul divertente incrocio di bellezza e contrasto di pupe e secchioni. Mi scrive Manuela da Torino: «Tu sei forte! Tutto intorno a te diventa polemica. Mi piace!». E Marianna: «Grande!... Sei un Grande! Un uomo libero, l'unico!». E Rossana: «Finalmente uno che ha il coraggio di dire il vero, senza ipocrisia. La tv è molto terra a terra: un covo disgustoso di ladri, puttane, ignoranti e papponi. Gente che col denaro pubblico fa arricchire una stragrande parte di feccia. Sono troppo poco evoluti per capirti, troppo ipocriti».
Ma ciò che per me è sorprendente, nella immoralità dilagante, non dell'ignoranza, ma della ricerca di ascolti, mistificata sotto il desiderio di pacificare gli animi, rimettere d'accordo i litiganti, mitigare le mie ire riducendole alla dimensione scherzosa dell'occasione in cui è capitato l'incidente, è nel patetico tentativo di spegnere l'unica verità della televisione che deriva dal «bello della diretta», ovvero dall'imprevisto. Se esso accade in differita, la tentazione è quella di emendarlo, di correggerlo, di espungerlo, ricostruendo non l'accaduto ma ciò che si sarebbe desiderato.
È questo lo schema del teatro e del cinema, che obbediscono a un testo o a una sceneggiatura. Ma la televisione è proprio in quello che non ci si aspetta. E io, ogni volta, mi preoccupo, al di là delle ragioni di scontri e liti, che si desideri purgarlo, censurarlo, eliminarlo. Soffro fisicamente a veder così tradita la televisione in nome di un ordine presunto, mentre si continua a fornire il triste spettacolo di una ignoranza tanto sorprendente da apparire (per riuscire a sopportarla) falsa o recitata. È bello veder confondere Dante con un capo indiano, Carlo Marx con Giuseppe Verdi, «quello delle mille lire», Hitler con Charlie Chaplin, e non va bene apostrofare come fascista il leader di un partito che si presenta in televisione e si compiace di metodi fascisti, senza giocare la parte imprevista di richiamare le regole elementari della volontà della maggioranza in qualunque assemblea, commissione, giuria.
Ecco spiegato, sia pure con la mia intransigenza, e persino violenza verbale, il tentativo di riportare, anche in una trasmissione così popolare e involontariamente comica, i principi elementari della ragione. Con passione, e anche con rabbia. Mi rassicura questo messaggio: «Sono Matteo, un ragazzo di quattordici anni. Sei stato mitico oggi in tv!». Ciò basta a confortarmi di ogni amarezza e di trovarmi a essere costretto a far prevalere il mio cattivo carattere sui principi nei quali credo, anche nell'artificio, nella finzione, nel gioco, di un reality show.