Perché il Papa si occupa dei precari

L’intervento del Papa sui precari ha lasciato stupiti i commentatori italiani perché non è nello stile spirituale di Benedetto XVI entrare nei problemi che riguardano direttamente la vita politica e sociale. La tanto attesa enciclica sociale non è poi apparsa.
I problemi nati dalla globalizzazione sconvolgono le categorie etiche e politiche su cui si è fondata la società occidentale nel secondo dopoguerra; rendono difficile stabilire un criterio equo per una società mondiale che non è più regolata soltanto sul ritmo dell’Occidente; fanno divenire incerti i diritti fondati sullo Stato sociale emerso nel secondo dopoguerra come formula di equilibrio della giustizia nella società.
È paradossale che ciò sia avvenuto grazie a un sistema comunista come quello cinese, che ha separato il lavoro da ogni concetto di diritto e ha creato così una macchina che non ha nulla a che fare con il capitalismo occidentale, nato dall’iniziativa delle persone. I ritmi cinesi si imprimono sulle società europee e le obbligano a una competizione che viene fatta con regole truccate.
Il precariato rappresenta una risposta al fatto che il mercato è divenuto altamente variabile e la competizione è diventata mondiale. In Italia questo si è verificato in misura più grave perché il sistema dello Stato sociale è stato creato dai sindacati in funzione della tutela dei loro attuali iscritti e quindi sulla misura delle generazioni che hanno conosciuto la pienezza dello Stato sociale europeo. Ciò ha creato l’incertezza del destino per la nuova generazione che entra ora nel mercato del lavoro e non conosce alcuna protezione sociale. Questa è una sfida del nostro tempo che i singoli Paesi europei devono affrontare, ciascuno per conto proprio.
Naturalmente la Chiesa ha il diritto di parlare in nome dei problemi che riguardano l’essenza della vita umana, compreso il diritto alla famiglia che per la Chiesa è la cellula fondamentale della società. E certamente il precariato non giova alla formazione della famiglia. È giusto che la Chiesa dia voce agli esclusi di oggi, e soprattutto alla generazione dei giovani che esce dalle garanzie dello Stato sociale tradizionale. Tanto più che i giovani di oggi non sono più una classe, nemmeno come generazione. Questa generazione non ha un volto politico, può rappresentarsi solo con la protesta o con il silenzio rassegnato. La Chiesa ha diritto di esprimere la voce dei bisogni sociali che emergono nel passaggio di sistema sociale che oggi conosciamo.
Ma è comprensibile che il Papa abbia fino ad ora evitato di fare una enciclica sociale. Il problema della società globalizzata è di fronte a noi ed esso vede soprattutto la fine della storia come storia dell’Occidente e l’ingresso in essa di popoli che vengono da tutte le culture storiche del pianeta. Tutti i tempi della storia convergono come attori in uno spazio sociale unico.
Evocando i problemi il Papa non propone soluzioni. Dà solo voce a una realtà che soffre l’emarginazione e che porta il peso dell’ingresso nella nuova storia. In essa la religione avrà una grande importanza e prenderà il posto della politica come identità più radicata e diffusa in una società fatta di individui che cercano un senso per la loro vita.
Anche la Chiesa apprende dal tempo che vive quello che essa rappresenta con il suo linguaggio. Per questo è bene che faccia interventi puntuali su problemi singoli e non affronti il tema della società globalizzata nel suo insieme, perché la realtà della globalizzazione va oggi oltre il pensiero che vuole interpretarla.
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