Perché quella mostra non s’ha da fare

Difendendo lunedì scorso sul Giornale la mostra «Vade retro» di arte
gay da lui voluta, l’assessore alla Cultura del Comune di Milano,
Vittorio Sgarbi, da abile giocoliere delle parole qual è, è ricorso al
gioco delle tre tavolette verbali

Difendendo lunedì scorso sul Giornale la mostra «Vade retro» di arte gay da lui voluta, l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Vittorio Sgarbi, da abile giocoliere delle parole qual è, è ricorso al gioco delle tre tavolette verbali, sostenendo che chi ostacola la mostra è un omofobo, uno cioè che, legato a superati schemi millenaristici, demonizza l’omosessualità e la vuole cacciare nell’ombra della vergogna e del disgusto. Invece il sindaco di Milano che ha bloccato la mostra non lo ha fatto perché vuole ostacolare l’espressione artistica gay (tant’è che la mostra era stata approvata, nel titolo, dalla giunta da lei presieduta) ma ha preso solo le distanze dalla rappresentazione di Papa Benedetto XVI come una vecchia sciantosa in calzamaglia e con il seno femminile scoperto e rattrappito dall’età e dall’uso, nella statua che, non a caso, è denominata «Miss Kitty».
Così come non ha accettato la «Pietà» di vaga derivazione michelangiolesca, scolpita da Paolo Cassarà nella quale una madonna anoressica tiene in grembo, non il Gesù morto e deposto dalla Croce, ma una bambola gonfiabile destinata a ben altri usi. O rifiuta il San Sebastiano trafitto dalle frecce, e tratto dall’iconografia classica, ma anche visibilmente in erezione.
In queste opere non è in gioco l’omosessualità ma il desiderio di sfregiare la religione cattolica, i suoi santi, i suoi simboli. Lo dico da laico, non da credente. E lo faccio sulla base di fatti e di circostanze che non sono negabili, nemmeno da Sgarbi. Per averne conferma basta guardare il catalogo.
Sgarbi ha poi sostenuto che la Moratti è in palese contraddizione con i suoi principi («se ce ne ha») quando ha «voluto celebrare, proprio in questi giorni, Gianni Versace nel tempio della cultura, alla Scala» senza tener conto che «Versace ha diffuso modelli culturali non solo di piena legittimazione del mondo omosessuale, ma ha conclamatamente vissuto more uxorio con un uomo». Ciò non significa affatto ciò che Sgarbi vuol sostenere ma semmai l’esatto opposto. La scelta della Moratti di celebrare un cittadino che, con la sua attività (e indipendentemente dalle sue propensioni sessuali, che erano cosa sua) ha dato lustro a Milano e all’Italia, significa, semmai, che la Moratti non ha paura del mondo gay e non lo demonizza certo, ma che ha preso le distanze da iniziative che mirano solo a graffiare la religione, in spregio ai molti che ci credono e ai moltissimi che, pur non credendoci, la rispettano.
Così come nessuno ha voluto demonizzare «il cattolicissimo Giovanni Testori» che, non a caso, pur dichiarandosi platealmente omosessuale, ha sempre trovato conforto e accoglienza nella Chiesa, della quale egli si è dichiarato figlio irrequieto ma anche devoto, e che è poi quella stessa Chiesa il cui Papa attuale viene sistemato, dalla mostra di Sgarbi, nel postribolo di «Salon Kitty».
Sgarbi, sempre da ottimo ma non invincibile giocoliere delle parole, a un certo punto, tira fuori dalla sua faretra anche la parola assoluta, quella che ferma ogni dibattito e che demonizza all’istante chi voglia opporvisi. È la parola censura. Sgarbi infatti accusa la Moratti di non capire «la differenza fra una mostra presentata nella sua integrità e una mostra censurata». Come se le mostre nascessero da sole, e si sviluppassero come il fungo cinese d’altri tempi, senza una scelta e un pilotaggio da parte dei curatori che necessariamente esprimono i loro valori e approvano o scartano opere (così facendo, censurano anche loro, o no?).
Se il discorso di Sgarbi tenesse, vorrebbe dire che solo i curatori delle mostre sono depositari delle scelte. E che un ente locale che finanzia tali mostre (e che ha commesso la leggerezza - questa colpa, alla Moratti, bisogna pure darla - di affidarla a Vittorio Sgarbi) avesse solo il compito di pagare la fattura a piè di lista. La giunta comunale è stata eletta dalla gente anche in base ai suoi valori, alla sua politica, alle facce e alla storia di chi si era candidato, fra i quali non c’era Sgarbi. Un assessore alla Cultura (che, come Sgarbi, non è stato eletto, ma è solo stato successivamente cooptato dal sindaco a questa funzione) non agisce da solo, senza alcun vincolo di mandato e di subordinazione o, quanto meno, di colleganza con i colleghi di giunta ma, pur nell’autonomia del suo ruolo, fa parte del tutto, rispondendo anche lui agli elettori che, con il loro voto, hanno eletto la giunta Moratti e la maggioranza che la sostiene in consiglio.
E quando, come in questo caso, le sue idee (legittime, intendiamoci, anche se contestabili) si scontrano con quelle di chi lo ha investito di questo ruolo, egli dovrebbe coerentemente dimettersi sbattendo la porta (oltre tutto ha la scusa della «censura» che darebbe smalto al suo gesto) anche se Sgarbi ha già fatto sapere «che non ci pensa nemmeno».
Perché il curatore della mostra e/o gli artisti che si battono per l’affermazione, nel mondo, della cultura gay non hanno scelto e/o fatto, opere destinate a infilzare senza freni e ritegno (proprio come hanno fatto con il Papa) quelle religioni o quegli uomini di Stato che, anche in questi giorni, in queste ore, sbattono in carcere, quando non lapidano, gli omosessuali? Che, il curatore e gli artisti, si siano censurati da soli? Sarebbe brutto. Anzi, sarebbe inaccettabile, come dice Sgarbi.
PS: Sgarbi, nel suo articolo contro la Moratti, si autoloda per la sua mostra. «Arte italiana 1968-2007 pittura»: a parte il narcisismo, ha ragione di farlo. Si tratta infatti di una mostra importantissima che, oltre tutto, dimostra come in anni in cui Argan, in pompa magna e senza pagar dazio, autenticava le sculture di Modigliani fatta con il Black and Decker da dei liceali screanzati di Lucca, Sgarbi, da solo, si batteva coraggiosamente a favore della pittura pittura. E oggi, questa mostra, lo risarcisce di tanta solitudine vissuta però nella certezza di aver ragione. Meno convincente invece è il suo autoelogio della mostra su Botero da lui incautamente definito come «il miglior pittore di questo millennio». Lasciamo a lui questo giudizio ma ci permettiamo di ricordare che la stessa mostra, con connotazioni fortemente commerciali, è già stata fatta l’anno scorso a Palazzo Venezia a Roma. Sarebbe come se un allestimento dell’Opera di Roma venisse riproposto, con strombazzamenti, clangori ed entusiasmi, alla Scala l’anno dopo. E così la pur bella mostra di Mario Cavalieri («pittore assoluto» secondo Sgarbi. Rispetto a Botero è sicuramente un Michelangelo) ha il difetto di essere stata fatta l’anno scorso a Rovigo. Milano non può essere la città dei repêchage. Milano è una metropoli che ha dignità, forza, idee, cultura e mezzi per fare, a livello dell’arte, ciò che la Scala fa per la lirica. Opere prime. Non riproposizioni. Come qualche volta, anche recentemente, è riuscita a fare, con mostre corpose, filologicamente ineccepibili e che, non a caso, hanno lasciato il segno anche a livello internazionale.
Pierluigi Magnaschi