Ma perché rinunciare alla «Marcia di Radetzky»?

In questo clima di festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità d’Italia, parlare con ammirata generosità della famosa marcia di Radetzky può apparire politicamente molto scorretto: ieri la Stampa ha messo in prima pagina un pezzo di Sandro Cappello, intitolato «Con Radetzky non c’è nulla da festeggiare», in cui ci si chiede perché mai noi italiani dovremmo iniziare il nuovo anno rendendo omaggio a un brano «anti-nazionale». Il brano musicale fu composto, da Johann Strauss padre, proprio per celebrare il ritorno a Milano del maresciallo Radetzky dopo i moti insurrezionali del 1848 che avevano cacciato gli austriaci. Fallita l’insurrezione, il maresciallo si scatenò contro gli insorti italiani, e la marcia di Strauss fu il coronamento del ritorno all’ordine, cioè del dominio austroungarico sul Lombardo-Veneto.
Cancellare dall’ascolto quel brano di Strauss, così come si è fatto per Faccetta nera o Giovinezza, può sembrare una scelta in armonia con lo spirito unitario che sta pervadendo la nostra identità patria. Il fatto, però, è che la marcia di Radetzky, a differenza delle canzoni fasciste messe all’indice, si continua a suonare in tutto il mondo ed è, anzi, un momento caratteristico di ogni fine anno, magari accompagnata dal ritmato battito di mani come avviene a Vienna in occasione del celebre concerto di capodanno.
Il mondo desidera rievocare con quella musica la vittoria degli austriaci sugli insorti patrioti italiani? Proprio no. La marcia di Radetzky si suona per lo stesso motivo per cui si suona l’Internazionale socialista, una marcia musicale che non mi risulta sia stata messa all’indice come le canzoni fasciste.
Sono convinto che ben pochi sappiano il motivo per cui Strauss scrisse il suo brano musicale, e altrettanto certo sono del fatto che quella musica non sia diventata tanto famosa perché celebra un maresciallo inflessibile come Radetzky. D’altra parte neppure penso che gli italiani che ascoltano la marcia di Strauss avvertano quel sentimento di disprezzo e di disgusto che avrebbero potuto provare grandi illuministi lombardi come i fratelli Verri o Cesare Beccaria.
Una musica, per di più facilmente orecchiabile, costruisce un’atmosfera, provoca ricordi spesso senza contorni definiti, genera sensazioni personali, emozioni collettive. Noi trascuriamo il potere seduttivo della tradizione o, più in generale, del passato spogliato dei suoi drammi, delle sue ingiustizie, a cui con spontanea immediatezza pensiamo con nostalgia. Una finzione, certo, ma una finzione che dà serenità, tranquillità, che libera, almeno per un poco, dall’ansia per ciò che ci attende, per ciò che sarà il nostro futuro.
Le musiche di Johann Strauss ci immergono in un vago sentimento del passato, in un’atmosfera tradizionale senza precisi confini storici, in cui il maresciallo Radetzky, i moti insurrezionali del ’48, il sacrificio dei patrioti italiani perdono la loro realtà, sfumano nella nostra memoria. Ciò che rimane è l’idea di un passato senza traumi, ordinato, felice come il ritmo della musica di Strauss. Maria Teresa, Francesco Giuseppe, e mettiamoci anche la principessa Sissi, sono le figurine a cui la musica di Strauss ridona la vita e a noi lascia immaginare con un po’ di nostalgia un altro mondo, diverso da quello problematico in cui siamo immersi.
La storia è diversa, si osserverà giustamente, e si deve conoscere senza illusioni per essere consapevoli, per capire chi siamo. Ma se vogliamo scomodare la storia per risvegliarci dai sogni di un illusorio passato, tutta la storia va osservata con occhi disincantati e non soltanto quella funzionale a una corretta politica che celebra il secolo e mezzo dell’unità d’Italia. Con una prospettiva di tempo ormai acquisita, domandiamoci quanto l’assolutismo illuminato di Maria Teresa e poi del kaiser Franz abbia dato per la costruzione di una società civile nel Lombardo-Veneto. Scuole laiche, organizzazione amministrativa efficiente, grandi opere viarie... Nella marcia musicale di Johann Strauss c’è anche tutto questo.