Perché ritirarsi significa regalare l’Irak ad Al Qaida

Margherita Boniver*

Al-Zarqawi è stato colpito a pochi giorni dalla vittoria dell’integralismo islamico in Somalia e mentre a Bagdad il governo di al-Maliki entrava nella pienezza dei suoi poteri.
Si tratta di una situazione in movimento, nella quale l’Italia avrebbe il diritto e il dovere di svolgere un ruolo di primo piano. Mentre invece Prodi, che non aveva rinunciato a parlare di truppe di occupazione, annuncia un ritiro frettoloso e totale (ben diverso da quello programmato dal centrodestra), che rappresenta oggettivamente un regalo ad Al Qaida ed espone i nostri concittadini - militari e civili - ad attacchi da parte del terrorismo iracheno. Ma andiamo con ordine.
Se il capo della guerriglia islamica in Irak e luogotenente di Bin Laden è stato ucciso, ciò non lo si deve solo all’alta tecnologia e alle grandi risorse di intelligence dell’esercito americano, in ciò coadiuvato dai giordani. L’eliminazione di al-Zarqawi ha un significato politico. È il segno di forti conflitti interni alla guerriglia irachena e, più in generale, all’integralismo islamico. Non c’è solo dissenso su come condurre la cosiddetta «resistenza» in Irak, con tutti i problemi di rapporti tra sciiti e sunniti. Ma ci sono spaccature profonde sulle prospettive future o sul modo stesso di intendere il jihad. Al Qaida s’è praticamente impadronita della Somalia. Quella di riempire involucri politici e organizzativi del mondo islamico, arroccandosi in aree depresse ed emarginate, è una tattica antica di Bin Laden, che - non dimentichiamolo - dopo aver fondato Al Qaida, si trasferì nel Sudan per preparare i suoi attacchi. Ma la vittoria di Mogadiscio è paradossalmente anche un segno di debolezza. Al Qaida è sempre più isolato in Irak, viene respinto e combattuto dai Fratelli musulmani in tutta l’area mediorientale e inoltre deve subire il duro ostracismo dell’Iran sciita.
Nel frattempo, a Bagdad vengono nominati il ministro dell’Interno e quello della Difesa: Jawad Polani e Passim al-Obedi, un curdo e un sunnita già legato al vecchio regime. Si tratta di un importante segnale di normalizzazione, che fa ben sperare per il futuro. L’esperienza costituzionale irachena, alla quale pochi ancora credono, si dimostra già solida, anche se esposta a mille minacce.
E qui veniamo all’Italia. Il nostro Paese ha annunciato un ritiro alquanto affrettato. Altro che «esemplare» come titolano i giornali amici. È quello che Al Qaida ha sempre auspicato, come dimostrano i suoi documenti strategici. Dopo la Spagna, sarebbe dovuto toccare all’Italia. In questo modo rimarranno sul campo solo gli angloamericani a sostenere il cammino democratico e costituzionale di Bagdad. Ma come si pensa di difendere i nostri soldati, i nostri volontari, i nostri medici e insegnanti, mentre inizia l’operazione di rientro? L’Italia è coinvolta fino in fondo nella transizione costituzionale dell’Irak. Se gli Stati Uniti ci chiedono di non abbandonare quel Paese non è certo solo per il contributo tecnico e logistico che noi possiamo dare. Il principale contributo che noi possiamo e dobbiamo dare è politico. La nostra presenza - magari, sotto forma di aiuti civili con relativo supporto militare, come già stabilito dall’operazione Antica Babilonia prevista come riconfigurazione della nostra missione militare - è essenziale per dare forza e legittimità alla costruzione del sistema democratico iracheno e alla pacificazione interna di quel Paese. Il destino di quella regione, così come dei rapporti tra i Paesi occidentali e il mondo islamico, non è scritto nelle stelle. È nelle nostre mani. La rinuncia italiana a restare in Irak indebolisce quindi tutto l’Occidente e ostacola il rafforzamento della democrazia.
*Deputato di Forza Italia
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