Perché sì

Non so chi abbia avuto la malaugurata idea di rilanciare la candidatura di Marcello Lippi sulla panchina azzurra dopo l’addio che fece seguito al trionfo di Berlino. L’ex Ct aveva il calice dello spumante in mano quando disse di no alla sua riconferma chiesta a gran voce dall’opinione pubblica. Ma non c’era nulla di nuovo in quella scelta, legata al coinvolgimento del figlio nelle faccende della Gea, e quindi a una sua giustificabile rabbia interiore, più che alla voglia di un periodo sabbatico. Alla vigilia del torneo iridato ne aveva parlato con l’allora commissario straordinario, Guido Rossi, che bontà sua non aveva dato seguito alle voci dei giustizialisti venuti allo scoperto con Calciopoli. Coloro che volevano anche la giubilazione di Cannavaro e Buffon.
Varrebbe quindi la pena di capire perché il nome di Lippi è rimbalzato così prepotentemente alla vigilia dell’amichevole con la Spagna. Si ha il sospetto che sia stato inserito ad arte nella centrifuga dei media per far saltare la mosca al naso di Donadoni, già imbufalito di suo con la Figc sul rinnovo del contratto, e magari preparare la strada all’avvento di un altro allenatore. Vedi Ancelotti. Era già accaduto ai tempi di Matarrese e Berlusconi con Sacchi: fuori dal Milan, dentro la Nazionale.
Lippi non è e non sarà mai una minestra riscaldata stante il suo straordinario curriculum: in pratica ha fatto bene dovunque meno che all’Inter. Ma avrebbe solo da rimetterci nel caso di un ritorno sul luogo del delitto perfetto. Dalle critiche non lo salverebbe neppure l’approdo alle semifinali. Allora guardiamo avanti. E copriamo le spalle a Donadoni. L’attuale Ct resterà in sella a meno che faccia figure barbine nel gironcino d’apertura dell’Europeo o si ritenga al di sopra di ogni giudizio.