Perché Santoro non deve andare in video

Domanda: l’editto bulgaro è ancora in vigore, come scrive l’Unità? Sì. Dunque le serate di Michele Santoro non andranno in onda sotto elezioni? No. Contro Santoro è stata varata una norma ad personam? Certo. In tal senso parte della Vigilanza Rai nega l’evidenza: si tratta di una legge contra personam che potrebbe essere utilmente ribattezzata «norma Santoro» come furono nominalmente chiamate le varie leggi Valpreda, Tortora, Bacchelli, De Lorenzo: più altre che furono scritte per un solo uomo che tuttavia era il primo di una simbolica fila. Nella fattispecie, però, non c’è giornalista schierato o politicizzato che possa essergli messo a paragone: e ci si risparmierà l’ennesima ricostruzione del percorso paradossale di questo anchorman televisivo via via oscillato tra propensioni salvifiche, candidature in Parlamento nonché la pretesa di un reintegro lavorativo (non certo economico) equiparabile a quello di un operaio oggetto di mobbing.
Michele Santoro, perlomeno oggi, è un qualsiasi oggetto di battaglia politica: lo sarebbe attivamente, se andasse in onda, e lo resta passivamente non andando in onda: il centrodestra ne ha fatto una questione di principio e il centrosinistra per buona parte lo detesta e tuttavia lo brandisce e strumentalizza. Nel mezzo, però, Santoro è tutto fuorché una vittima. È solo un giornalista? No, soprattutto ora: non lo è per propria responsabilità e per sua fresca carica politica. È un buon giornalista? Ad avviso di chi scrive, sì: e dopo il 9 aprile avrà tutto il tempo di dimostrarlo, in fondo si tratta di aspettare un paio di mesi dopo diversi anni da lui passati a fare politica attiva. Ma queste sono cose risapute, e piacerebbe andare oltre, tentare un cosiddetto ragionamento più ampio. Questo: dire «Seconda Repubblica» non significa solo ricordare che c’è stato il 1994, che c’è una nuova presunta classe politica, che hanno fatto delle riforme; ogni sistema politico ha peculiarità che lo rendono unico, ha ruoli che nel tempo si conformano e assumono un potere di fatto: anche se tale potere, magari, non risulta scritto da nessuna parte.
Nella maggioranza delle democrazie continentali, per esempio, i presidenti delle Camere si chiamano speaker e si limitano a coordinare i lavori parlamentari: non hanno una linea politica anche perché nel loro caso l’unica linea è quella di non averne. Se in Italia è diverso, è dovuto a ragioni precise, a consuetudini via via maturate, e questo vale per tutto ciò che abbia un ruolo che è divenuto istituzionale senza esserlo all’origine: gerarchie ecclesiastiche, magistratura, industria, e ovviamente, eccoci, stampa e televisione. Sono tutti poteri che si sono ridefiniti in qualità e quantità. Non fu solo la magistratura a occupare il vuoto lasciato dalla politica: pensiamo al cronista che si fa giudice, al pubblico ministero che si fa giornalista, al satiro che si fa comiziante. Bene: c’è un limite a tutto questo? Se non c’è, occorre darselo.
Nel caso in specie, questo limite è perfettamente rappresentato da Michele Santoro: il quale, ormai, è tutto fuorché meramente «un giornalista» che «deve lavorare»; è un professionista che ha fatto delle scelte e che è perciò artefice dell’icona che rappresenta, oggigiorno è una linea Maginot, non è più un giornalista di forti opinioni ma, come detto, uno strumento della politica che da qui al 9 aprile resterebbe tale anche se non lo volesse più. Michele Santoro ha seminato e giocoforza raccoglierà nel bene o nel male: ma oggi, in questo scenario, è solo il sasso che farebbe tracimare una diga mass-mediatica che pare già sufficientemente colma.