Perché lo sciopero del Lotto può andare in fumo

Dottor Granzotto non vorrei avere un falso ricordo, ma a Milano nel 1848, in epoca Lombardo-Veneto sotto l’Austria, non ci fu uno sciopero del fumo, con i poliziotti austriaci che espiravano il fumo contro gli «scioperanti»? Quello che propone Bossi, come sciopero del Lotto, è sicuramente più facile anche se altrettanto meritorio. Purtroppo (o per fortuna) non fumo e non gioco al Lotto, ma se lo sciopero si farà, avrà tutto il mio sostegno.


Nessun falso ricordo, caro Cocchi. Lo sciopero del fumo è una perla nella sfavillante corona del Risorgimento e sta (quasi) alla storia patria come lo sciopero del tè sta a quella americana. Cose grosse, insomma. Non servì a molto perché durò poco - tre giorni appena - e non venne seguito da tutti i milanesi, così che il Regio imperial erario non ne ebbe, come invece si sperava, grande danno. Però contribuì a creare quel clima che condusse alle Cinque Giornate, contribuì, insomma, a scaldare gli animi e ad ulteriormente esacerbarli per via della dura repressione - ci furono morti e feriti - ordinata dal maresciallo Radetzky a danno degli scioperanti. Non che le Cinque Giornate sortissero effetti diversi da quelli conseguiti dallo sciopero del fumo, ma cosa vuol dire? È l'idea che conta, no? Cantavano, gli scioperanti e gli insorgenti, in quel per moltissimi versi memorabile Quarantotto: «Del toscano Leopoldo secondo - fu l'agir sublimissimo e sano - poi re Alberto, guerriero italiano, - colla forza la forza ci diè. - Giuriam! Giuriam! Giuriam! - Per Pio nono e Carlo Alberto! - Per Leopoldo Tosco Re! - Con tre simili intrepidi cuori - se chi opprime impedisse il pensiero - del riscatto di un popolo intiero - crudo scempio di lui si farà». Tardò un pochino a venire, qualcuno degli intrepidi cuori si chiamò fuori, ma alla fine l'ora del crudo scempio suonò e noi eccoci qua, figli dell'Italia una e indivisibile.
Come lei giustamente osserva, caro Cocchi, lo sciopero del Lotto e delle Lotterie proposto da Umberto Bossi ha dunque gloriosi precedenti e muove i cittadini stanchi del governaccio Prodi e delle sue inique tasse a stringersi, per restar nell'epica, a coorte. L'idea è buona e nemmeno sfiorata dal sospetto di sovversivismo perché giocare al Lotto non è dovere civile, ma sfizio. Uno sfizio che rende alle casse dello Stato una barca di soldi e che settimanalmente fa un uomo (o una donna, serve precisarlo?) felice come una Pasqua. Astenersi dalla giocata per una o una dozzina di giornate non sarebbe faccenda così penosa: in fondo, si tratta solo di posticipare il sogno di vincere. Ora non mi dica guastafeste, caro Cocchi, ma è proprio questo che mi fa temere un fallimento dello sciopero, il posticipo. Mi spiego: i giocatori sanno che fare il colpo grosso dipende dal calcolo delle probabilità (e, per il Lotto vero e proprio, dall'intervento in sonno di un caro estinto disposto a «dare i numeri». Ma questo è un altro discorso). Ebbene, metta che qualcuno ragionasse così: siccome c'è lo sciopero quasi nessuno gioca, pertanto se io gioco ho maggiori probabilità di vincere. Anzi, metta che in osservanza del noto principio accà nisciuno è fesso tutti si mettano a ragionare così. Facciamo gli scongiuri, ma me lo dice lei dove andrebbe a finire lo sciopero del Lotto?
Paolo Granzotto