Perché gli scrittori italiani sono sempre «minori»

La passata estate e i suoi immediati dintorni sono stati una strana stagione letteraria: premi letterari disastrati, il Viareggio preceduto di qualche mese dalla morte di Enzo Siciliano, e poi dilaniato da duri contrasti fra la giuria e la nuova presidente; lo Strega, con la debole cinquina chiusa dalla modestissima Michela Agus, e con l'assurda esclusione della sempre ottima Carola Susani e dalla eccellente esordiente Elena Varvello, e anche qui, subito dopo, un lutto: la morte della signora Rimoaldi, patronessa del premio; il Campiello vinto dal gradevole ma modesto romanzo di Mariolina Venezia e la vergognosa collocazione all'ultimo posto di Carlo Fruttero. Volenterosa, ma infine deludente la decisione di alcuni editori di affidare testi brevi a collane di «corti», spesso bizzarri quasi-esordi di presunti nuovi talenti per i quali sono stati inventati titoli collettivi accattivanti, quale ad esempio L'arcipelago (Einaudi) nel quale esordisce Laura Pugno, annunziata da una raffica di ossimori encomiastici di Andrea Cortellessa (nella seconda di copertina del libro Il colore oro della stessa, silloge di versi avventurosi e impervi per le edizioni Le Lettere), con il romanzo Sirene, il quale - a parte la sottomarina macelleria sessuale o gastronomica - è poco più di una favoletta per ragazzetti un po' ritardati.
Ma ora una folla di libri «normali» invita a riflessioni meno malinconiche, riservandoci anche qualche sorpresa entusiasmante. Mi spiego: ho ricevuto il bellissimo libro Il ministero dei casi speciali del trentasettenne Nathan Englander, a mio parere il libro più importante di questi ultimi anni. Non ne parlo oltre perché già è apparsa su queste pagine un'intervista all'autore. Dico invece che ho commesso l'errore di leggerlo prima degli altri che mi ero proposto. E l'effetto è stato di farmi ingiustamente apparire questi ultimi dei «minori» in un secolo che avesse già espresso i «maggiori» (come si trattasse di una qualsiasi storia letteraria scolastica).
Invece alcuni di essi reggono il confronto con grande dignità: in primo luogo Verderame di Michele Mari, ma anche su questo sorvolo perché altri ne parleranno, sempre su queste pagine. Validi comprimari sono Edoardo Nesi, con il suo Per sempre (Bompiani, pagg. 158, euro 14) e L'estranea (Rizzoli, pagg. 136, euro 15) di Elisabetta Rasy. Nesi è ormai uno scrittore di prima fila: ora ha scritto un romanzo serrato e accattivante per la sua pluritematicità (la presenza muta di Gesù accanto alla protagonista, il turpiloquio interlocutorio giovanilista, la cocaina onnipresente, la discoteca, il call-center, e persino il discorso di Gesù dalla montagna, detto delle Beatitudini). Si tratta d'un libro di grande ritmo e anche astuzia, ma forse non all'altezza del precedente romazo L'età dell'oro, più autentico ed emozionante, dello stesso autore. Asciutto, d'una linearità e incisività e quasi durezza affabulatoria notevoli - una novità nella narrativa della Rasy di solito distesa - è L'estranea, che racconta appunto l'estraneità a se stessa che coglie l'autrice dopo la morte della madre, dopo una malattia vissuta e sopportata da entrambe con una dignità assai vicina ad una disciplina stoica ed esistenziale a volte persino disumana. Il dolore e la disperazione di una figlia appassionatamente solerte, e di una madre inflessibile, sono come riassorbite da un amore della vita che, nella propria irrevocabile frustrazione, si trasforma quasi in disprezzo della morte. Difficile fare paragoni con i libri che hanno trattato lo stesso arduo argomento. Il testo cui ho pensato, leggendo queste pagine e facendo le dovute proporzioni, è lo splendido breve romanzo Everyman di Piliph Roth, anche se la lettura di questo capolavoro, malgrado l'onnipresenza della morte allarga i polmoni del lettore, mentre la forza d'animo della Rasy lo stringe alla gola.