Perché la sinistra non parla yankee

L’anti-americanismo è la cifra di una forza politica affascinata più dal pacifismo che dalla vera pace

L’anti-americanismo della sinistra italiana, e soprattutto dei comunisti, è venuto meno grazie ai buoni rapporti stabilitisi tra il ministro degli esteri Massimo D’Alema e la sua collega Condoleezza Rice? In realtà, tra la superficie e la profondità resta uno scarto ancora assai sensibile. Come si può constatare ogni giorno seguendo i principali punti di crisi dello scacchiere internazionale in cui l’Italia è impegnata, anche con una presenza militare sul territorio, queste relazioni diplomatiche di normale cordialità subiscono il condizionamento negativo della sinistra radicale del governo in carica.
Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio più che la pace amano il pacifismo. In preda a questa sindrome, abbozzano, quindi, un consenso alle posizioni (non sempre rettilinee) di D’Alema e Parisi che è di facciata o sostanzialmente tattico. Da questo tira e molla, un colpo al cerchio e uno alla botte, deriva l’ambiguità, non di rado, della linea del governo in politica estera e di difesa.
Ma essa è anche la spia di una cultura di spessore assai profondo. Mi riferisco alla forza non solo inerziale di una tradizione, che è frutto del marxismo-leninismo (cioè dell’ideologia di gran lunga prevalente nella sinistra italiana) e di una prassi di agitazione e di propaganda (la mobilitazione delle masse) come quella del Pci.
Entrambe hanno fatto prima dell’ostilità, e ora della diffidenza programmatica, verso Washington un senso comune di massa. Assai difficile da sradicare, dunque, come dimostra il silenzio (assolutorio se non compiacente) sulle manifestazioni più clamorose (come l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya) di repressione dei diritti dell’opposizione e in generale dei cittadini che hanno continuamente luogo nei paesi dell’ex Unione sovietica.
La resistenza ad abbandonare vecchi pregiudizi anti-americani si coglie molto bene nel giudizio sulla Cia che i post-comunisti non mancano di ribadire in ogni occasione. Ne è una prova il compatto silenzio che il quotidiano l’Unità ha mantenuto su un testo come quello di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari, L’Italia vista dalla Cia, edito da Laterza. Immagino non si tratti di una conseguenza della ripulsa (che definirei a contratto) che storici narcisi e arroganti, nel canale di proprietà della Telecom, La7, hanno qualche giorno fa manifestato nei confronti di certi giornalisti che scrivono libri di storia.
Per la verità la condanna e l’ostracismo sono assai mirati. Investono, infatti, le opere vecchie e nuove di Giampaolo Pansa (La grande bugia, Baldini e Castoldi) e Bruno Vespa (L’Italia spezzata, Mondadori), e di due altri loro fortunati predecessori (Mario Cervi e Indro Montanelli), ma non, per fare qualche esempio plateale, i piani alti del Corriere della Sera e di trasmissioni televisive come Correva l’anno. Verso di essi Sergio Luzzatto, storico che scrive sul quotidiano milanese, è assai poco schifiltoso, se non sinuosamente corrivo.
Mastrolilli e Molinari, corrispondenti dagli Stati Uniti del quotidiano torinese La Stampa, si sono limitati a esporre il contenuto delle analisi che in un lungo arco di tempo, cioè dal 1948 al 2004, il Dipartimento di Stato e la Cia hanno dedicato al nostro Paese. Del vasto materiale documentario prodotto dai funzionari, dalle feluche e dai confidenti alternatesi nell’ambasciata di Roma, nei consolati e nella principale agenzia di intelligence del mondo hanno utilizzato i testi di recente de-secretati a College Park. Qui, nel cuore del Maryland, hanno sede gli archivi federali degli Stati Uniti.
A uscire dallo stato di inconsultabilità sono state circa 4.013 pagine di rapporti sulle quali gravava un vincolo (le segnature «secret», «reserved» ecc.) che ne impediva l’accesso a chiunque. Grazie alla normativa del Freedom of information act, ogni studioso, compresi, si badi bene, i cittadini non americani, possono chiedere, e ottenere, credo nella maggioranza dei casi, la declassificazione dei documenti governativi, spesso anche molto delicati.
Si tratta di una liberalità che dovrebbe essere presa come esempio. Ad imitazione di quanto fecero, sotto la spinta delle commissioni parlamentari di inchiesta, i loro predecessori Giuseppe Pisanu e Antonio Martino, i ministri oggi in carica Giuliano Amato e Arturo Parisi dovrebbero spogliarsi quanto più è possibile del privilegio di essere i custodi delle carte degli archivi dei ministeri più «politici», come il ministero della Difesa e degli Interni. Occorre far circolare aria, quanta più aria è possibile, ed estendere il numero degli occhi abilitati a posarsi sui documenti che concernono la natura dell’opposizione comunista ai governi centristi e di centrosinistra, il terrorismo, lo spionaggio, i finanziamenti - anche mediante tangenti - alle forze politiche ecc.
Non ha alcun senso, al di fuori di ulteriori servizi da rendere al Pci (un partito che non dovrebbe esserci più), perpetuare i sigilli di riservatezza e di segretezza di una burocrazia prigioniera di un passato ormai lontano.
Come dimostra la scelta di documenti di Mastrolilli e Molinari, la Cia non ordisce colpi di Stato o di mano sui regimi democratici. Al centro della sua iniziativa in Italia c’è, invece, fin dalla Liberazione, per circa mezzo secolo, l’interesse per la stabilità del Paese, le riforme del sistema produttivo e il miglioramento del tenore di vita.
Dopo il fallimento della «legge truffa» nel 1953 prende fiato la paura che la Dc non sia il partner migliore per assicurare questi obiettivi che, secondo Washington, sono una condizione essenziale per una fedeltà atlantica non puramente rettorica. Il pericolo per una svolta autoritaria in Italia nel corso della guerra fredda sorge dall’incapacità della Dc di attuare le riforme.
A ragione Mastrolilli e Molinari rilevano come nei «rapporti della Cia la descrizione della debolezza democristiana diventa spietata: organizzazione carente, perdita del voto rurale, un cattivo impiego dei fondi a disposizione» (p. XI).
A Washington non solo J. Schlesinger, l’autorevole consigliere di Kennedy, benedice il centrosinistra, ma tra il 1° ottobre 1976 e il 6 settembre 1979 e più tardi tra il 1985 e il 1987 è proprio l’agenzia di intelligence, a perorare la validità della strategia del compromesso storico. In altre parole, Enrico Berlinguer può essere traghettato (il compito è affidato a Bettino Craxi) nel governo. La motivazione non è di scarsa importanza: agli occhi della Cia il Pci sarebbe «una forza per il cambiamento».
All’Unità non si sono ancora resi conto che il principale strumento dell’intelligence americana, venuta meno la necessità di covert actions (cioè di operazioni anche para-militari) per fronteggiare l’espansione e l’infiltrazione dell’Unione sovietica, era diventato un apparato di analisi della realtà internazionale. Una buona documentazione di questo mutamento lo offre Daniele De Luca, Le operazioni segrete della Cia, appena pubblicato su Nuova storia contemporanea.