Perché lo stallo di Telecom è un grave rischio per il Paese

Mentre i giornali e i notiziari traboccano di fondamentali notizie su che cosa fa Michele Santoro e su che cosa dice Beppe Grillo, ieri Telecom Italia, una delle principali aziende italiane e tra le più importanti società mondiali, ha annunciato, nel silenzio generale, il secondo slittamento del cda per l’approvazione del bilancio d’esercizio. Se ne riparlerà il 12 aprile, possibilmente con notizie più certe da parte del tribunale che sta gestendo il caso Telecom-Sparkle e Fastweb. Normalissimo. Se si prova a cercare su Internet in inglese «rinvio risultati di bilancio», nelle prime pagine appare solo questo caso (e quello di Tiscali nel 2003). Chissà come mai.
Potremmo fare di meglio nella nostra ricerca dell’originalità mondiale, dato che la procura ha persino provato a chiedere il commissariamento di Fastweb, anche se la società è quotata in Borsa, non ha alcun problema finanziario ed è ormai da tempo stata acquisita dalla svizzera Swisscom. Casomai qualche giudice decidesse di accogliere la bizzarra richiesta, le storielle sull’Italietta nelle sale operative delle Borse mondiali si arricchirebbero di un nuovo capitolo.
A proposito di Fastweb, sempre nel silenzio più ovattato ieri è un mese esatto da che Silvio Scaglia, fondatore della società di telecomunicazioni e uno dei più noti imprenditori italiani, è stato imprigionato a Rebibbia.
Storia emblematica la sua: qualsiasi cosa possa aver fatto, registriamo che quando ha appreso di essere inquisito era all’estero, poteva tranquillamente aspettare che si calmassero le acque, ma invece lui ha voluto precipitarsi a parlare con i magistrati. Scaglia ha preso un volo privato dall’altro capo del mondo, dove si trovava, per arrivare a Roma il prima possibile: correre in tribunale non è esattamente il comportamento tipico di chi pensa di darsi alla fuga o di «inquinare le prove», per tutto ringraziamento è stato messo in cella e tuttora vi rimane.
Non vi rimangono, però, i malviventi calabresi scarcerati nei giorni scorsi per decorrenza dei termini dato che a detta del giudice «non vi erano sufficienti elementi per ipotizzare l’aggravante mafiosa». È normalissimo anche qui: se uno legge la notizia scopre (posto di non svenire prima) che un tale Domenico Cordì, arrestato insieme ad altri per una lunga fila di reati, figlio di Cosimo Cordì, ucciso in una faida mafiosa tra clan, va rilasciato insieme ai suoi compari perché «non ci sono gli estremi per contestare che si tratti di un affiliato della cosca Cordì» e, quindi, niente aggravante mafiosa e tutti liberi. Per mettere in fila gli esempi non basterebbe un lenzuolo: su Repubblica di ieri abbiamo ad esempio potuto leggere di circostanziate accuse di omicidio da parte della Procura di Roma nei confronti di un carabiniere coinvolto nella vicenda Marrazzo: ecco, costui però è uno di quelli che sono stati già da tempo scarcerati, in prigione ci sono rimasti gli altri due. Per il processo di appello Mills ci sono voluti solo due mesi (ed è risultato poi pure da annullare), ma non sono bastati due anni al giudice semplicemente per scrivere la sentenza contro il boss della ’ndrangheta Cosimo Romanello (scarcerato).
Non credo che la situazione sia ulteriormente tollerabile. Chi vorrebbe mantenere lo status quo, sventolando il feticcio della legge «uguale per tutti», dovrebbe riflettere sul fatto che una giustizia che appare in molti episodi, quando va bene, del tutto casuale nelle proprie decisioni discrezionali, è proprio il contrario dell’«uguale per tutti» che si invoca. I problemi personali sono gravissimi, ma quello che spaventa davvero è il rischio che il caos delle decisioni giudiziarie attacchi la credibilità della nostra economia più di quanto già non accada per altri motivi.
Il secondo rinvio del bilancio Telecom è un grave campanello di allarme e farà rumore in tutto il mondo, certo molto di più dei problemi di Santoro o di Grillo. Ora basta. È imperativo che finito il polverone delle elezioni regionali si affronti davvero e in modo radicale il nodo della giustizia, perché su questo tema l’Italia si gioca molto di più di qualche poltrona in un consiglio regionale.