Perché sul Colle non può salire il líder Maximo

Il probabile insediamento del comunista Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera dei deputati produce un effetto domino nella cariche istituzionali che fa avanzare la candidatura del post-comunista Massimo D'Alema al più alto colle. Pur trattandosi per ora di un'ipotesi, è opportuno mettere in chiaro quale sarebbe il significato, a nostro avviso assai negativo, dell'ascesa del leader dei Democratici di sinistra alla presidenza della Repubblica.
Il presidente Ds è senza dubbio uno dei politici più attrezzati e sperimentati del centrosinistra. Ma oggi la sua candidatura al vertice dello Stato, dopo quella del rifondazionista Bertinotti alla Camera e di Franco Marini leader della Margherita al Senato, sarebbe inevitabilmente connotata dalla peggiore prassi della politica italiana: la lottizzazione partitica ribattezzata come «adeguata rappresentatività istituzionale». Si tratterebbe infatti di una contropartita pagata ai Democratici di sinistra per rifonderli di una carica istituzionale dopo la perdita, per la pressione quasi ricattatrice dei partner del centrosinistra, delle presidenze di entrambe le Camere.
Ma il supremo garante istituzionale, la persona che si è soliti definire il primo magistrato della Repubblica, non può e non deve essere soggetto alla ferrea legge lottizzatrice. È stata proprio La Repubblica, sostenitrice di Prodi, a dare un giudizio pesantemente negativo del Bertinotti che «ha portato all'incasso il suo successo elettorale in modo alquanto discutibile con la lottizzazione degli incarichi». Figuriamoci se il metodo fosse esteso al Quirinale.
L'altra più importante questione che dovrebbe ragionevolmente essere d'ostacolo al D'Alema presidente è la sua fisionomia politica, specialmente oggi in relazione alla profonda spaccatura del Paese. Non perché vi sia una pregiudiziale ideologica nei suoi confronti, anche se sarebbe singolare che in una liberaldemocrazia occidentale due delle tre cariche di vertice dello Stato fossero appannaggio di comunisti e post-comunisti. Ma perché, dopo l'aspra contrapposizione politico-elettorale, sarebbe controindicato che un uomo fortemente caratterizzato in senso partigiano, fosse chiamato a svolgere il ruolo di unificatore del Paese. Il presidente degli Stati Uniti, una volta eletto, è solito proclamare «Sono il presidente di tutti gli americani». L'eventuale presidente D'Alema potrebbe forse dirlo?
Il centrosinistra ha i numeri per eleggere al quarto scrutinio con i propri voti il «suo» esclusivo presidente. Ma vorrà davvero esercitare tale potere divisivo infrangendo una lunga prassi di consensualità nell'elezione del capo dello Stato? Proprio per queste ragioni - diciamo anti-partigiane - il capo di un grande partito non è stato mai eletto al colle supremo: né De Gasperi, né Fanfani, né Moro e neppure Craxi. I Democratici di sinistra vorranno imporre un simile strappo?
Per superare l'impasse in cui il Paese si trova, è più che mai necessario un presidente di unità, di garanzia e di riconciliazione nazionale. Se tra i possibili candidati dell'intero arco politico è difficile trovare chi possa svolgere, per tradizione e per vocazione, questo ruolo, la cosa più saggia è affidarsi al prestigio di colui che in questi difficili anni ha saputo tenersi al di sopra della mischia, garantendo con l'esperienza e l'estraneità alle fazioni (che vanno bene nello scontro politico ma non negli equilibri istituzionali) la convivenza politica e civile dell'intera nazione.
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