Perché sull’Islam il silenzio è l’arma vincente

Rino Cammilleri

Sarebbe bello poter esserci fra cinquanta o sessant’anni, quando e se certe anime candide se la piglieranno con Benedetto XVI per non aver alzato la voce contro l’islam e non averlo, magari, condannato a tutte lettere con un’enciclica apposita. La situazione odierna ricorda le ancora calde polemiche contro i presunti silenzi di Pio XII sul nazismo. Vent’anni dopo che il nazismo era morto, sepolto e debitamente demonizzato si aprì la stagione venatoria su papa Pacelli con l’opera teatrale Il vicario del tedesco Rolf Hochhut. Dalla prosa teatrale si fece presto a passare a quella saggistica con una serie di violenti attacchi a quel papa che «tacque» sugli orrori nazisti per paura o, peggio, per anticomunismo viscerale.
Non sono servite a molto le testimonianze, i documenti esibiti e le voci a difesa: imperterriti, i critici di Pio XII sono praticamente riusciti a bloccarne la beatificazione. La storia dice che Pio XII preferì soprassedere sulle condanne altisonanti e procedere, con prudenza, per vie di fatto, salvando così la vita a centinaia di migliaia di ebrei. Un documento dell’episcopato olandese sulle deportazioni hitleriane aveva avuto il solo effetto di provocare un giro di vite che era costato la vita di suore come le sorelle Edith e Rose Stein (carmelitane ma di razza ebraica). Pio XII, visto che con le parole si metteva a repentaglio la vita di tanti innocenti, preferì tacere e passare alle vie di fatto, rischiando per questo l’arresto e la deportazione.
Oggi la storia sembra ripetersi con Benedetto XVI, costretto a umiliarsi e a scusarsi con i musulmani duri e puri. Già una suora italiana a Mogadiscio ha pagato per un pur prudentissimo discorso del Papa, e decine di chiese sono state attaccate nei Paesi islamici. La tivù del Qatar, Al-Jazeera, ha trasmesso vignette «sataniche» che prendono pesantemente in giro il pontefice e diversi imam, mufti, ulema e ayatollah fanno sapere che le scuse non sono ancora sufficienti. Il terrorismo islamico, dal canto suo, si sente invitato a nozze e c’è lugubremente da aspettarsi qualche altro incolpevole morto ammazzato. Cristiano, naturalmente. Ebbene, è ovvio che Benedetto XVI starà d’ora in poi attentissimo nel parlare. Anzi, è probabile che, per sicurezza, nemmeno tocchi più l’argomento «islam». Sarà interessante, dicevamo, prendere la macchina del tempo e vedere, tra qualche decina d’anni, quanti saranno quelli che accuseranno questo papa di «silenzio» sull’islam dalla mano pesante. Certo, quando non si rischierà più nulla, coloro che per mestiere fanno gli sciacalli insulta-morti e il tiro a segno su chi non si può difendere avranno di che pascersi: è sicurissimo che Benedetto XVI, finché campa, non scriverà alcuna enciclica sull’islam. Né lo farà il suo successore, se le cose restano come sono. O se si metteranno al peggio.
Se, al contrario, miglioreranno e l’islam cosiddetto moderato prevarrà diffondendo ragionevolezza, allora non ci sarà lo stesso alcuna enciclica che lo riguardi per il semplice motivo che non ce ne sarà più bisogno. Salvare vite umane innocenti col silenzio, ecco cosa ha fatto Pio XII e cosa dovrà fare Benedetto XVI, il quale sa benissimo che nessuna «missione di pace» a mano armata partirà dall’Occidente, né - figurarsi - dall’Onu, per andare a salvare o a difendere i cristiani perseguitati in Africa e in Oriente, Medio o Estremo che sia. Certe cose le fa, lodevolmente, solo Israele (ricordiamoci dell’«operazione Mosè», il gigantesco ponte aereo con cui i falasha, etiopici ma di religione ebraica, furono portati in salvo alla caduta di Menghistu).