Le perdite Usa superano quota 3000

Washington. Una pallottola che pesa più di una bomba: è quella che giovedì a Bagdad ha ucciso Dustin Donica, un giovane soldato texano. Il sacco nero numero tremila che lascia l’Irak per essere seppellito in patria. Quota tremila rappresenta una nuova soglia psicologica per l'amministrazione Bush, che era convinta di deporre Saddam e prendere il controllo del Paese medio-orientale in breve tempo e senza molte perdite. Poco dopo la morte del texano quella di un altro militare. E da 3001 parte una nuova, macabra conta.
Ora i giornali Usa si interrogano, ancora una volta, su quale sarà la nuova strategia di Washington, se il presidente George W. Bush, la cui popolarità continua a scendere, deciderà di inviare altre truppe. «Bush piange la morte di ogni soldato - ha detto Scott Stanzel, portavoce della Casa Bianca - e farà in modo che il loro sacrificio non sia avvenuto invano». Il presidente, secondo fonti bene informate, propenderebbe per un incremento del numero dei soldati. Una linea, se confermata, in contrasto con quella di molti democratici del Congresso, che chiedono il ritiro dei soldati americani da quello che viene ormai chiamato il Viet-Irak per porre a fine al quotidiano spargimento di sangue dei giovani americani.
In una sola settimana il bilancio delle vittime statunitensei nel conflitto ha fatto registrare due record. Il primo, reso noto proprio il giorno di Natale, ha visto il numero dei militari morti nei combattimenti salire a quota 2.978, cinque in più rispetto alle vittime degli attentati terroristici dell'11 settembre (112 i boys caduti in dicembre). Il secondo primato, temuto sì, ma quasi scontato, è stato appunto l’uccisione di Donica, il sacco nero numero 3000.