PERDONISMO IRRESPONSABILE

Inutile girarci intorno: se la giustizia in Italia non funziona e, nella calura d'agosto come in altre stagioni, sforna decisioni che suscitano sgomento e indignazione nei cittadini, non possiamo dare la colpa né al destino cinico e baro né a un generico e indeterminato «sistema» creatosi, per misteriosa sovrapposizione politica, nel corso dell'era repubblicana. Dobbiamo porci il problema della responsabilità dei magistrati che sono i primi motori ad animare quel corpaccio informe, lento e ansimante che chiamiamo «giustizia». A giudici e a pubblici ministeri sono da attribuire quei provvedimenti improntati a un lassismo e a un perdonismo ineffabili che hanno rimesso in libertà - ma sono soltanto gli ultimi casi - un piromane colto in flagrante e un guidatore ubriaco e omicida o che hanno consentito a un violento psicopatico, sospettato di avere ucciso una giovane donna, di restare a piede libero per poterne ammazzare un'altra, pochi giorni fa. Fior di esperti ci spiegheranno, fra un po', che esaminate le carte, letti gli articoli di legge, il magistrato è senza colpe. Gli esperti hanno sempre ragione, anche se i cittadini hanno un'istintiva consapevolezza della giustizia e del comune senso del diritto e avvertono che si sta allargando il fossato fra loro e la magistratura, sempre più marcata da minoranze aggressive che rumoreggiano come se, nel loro ordine, fossero stragrande maggioranza.
Certi magistrati riescono a stupirci, e a ferirci, non solo con le liberazioni facili, ma anche con le carcerazioni facili. Accade spesso che, per i reati presunti dei «colletti bianchi», si ricorra con insolita prontezza, con rigore giacobino, alla carcerazione preventiva e la si prolunghi con ogni cavillo. È curioso: come mai per certi reati la toga ha le maniche larghe e per altri somiglia alla tonaca di Torquemada? Possiamo azzardare una risposta: talune frange della magistratura considerano tutto sommato trascurabili certi crimini che invece feriscono profondamente, in maniera diretta o indiretta, vasti strati della popolazione, mentre ritrovano un inaudito furore forcaiolo contro delitti che hanno sfondo e ricadute politiche. O di pedagogia politica, nel senso che certe toghe considerano educativo dare sproporzionato clamore a certi fatti, come se spettasse loro di guidare il Paese. Siamo al punto. Per una strisciante rivoluzione consumata negli ultimi quindici anni, ci sono magistrati che si considerano di fatto superiori sia ai governanti che ai legislatori. Ma noi abbiamo bisogno di magistrati indipendenti, anche dalla politica, non di nuovi principi. Il senso di superiorità castale, che spinge alle decisioni più eccentriche, è favorito dalla certezza che nessun magistrato pagherà mai per i suoi eccessi di lassismo o di accanimento persecutorio. Le carriere di chi commette errori clamorosi continueranno a scorrere sui binari del privilegio garantito e questo nuoce, oltre che ai cittadini, anche ai magistrati seri, imparziali, rigorosi, che ci sono, ma che non sanno o non vogliono negare la solidarietà corporativa ai colleghi che sbagliano.
Il ministro Mastella si fa in quattro per inviare ispettori là dove più evidenti sono le falle della giustizia. Presto esaurirà le riserve e, comunque, non succederà nulla. Il Guardasigilli si dice sgomento e «senza fiato». Dimentica, che per blandire le frange oltranziste del Consiglio superiore della magistratura, ha varato una controriforma che cancella il tentativo, sia pur timido, di riportare responsabilità e selezione fra le toghe.