Peres guarda Avanti: vuole unirsi a Sharon

Gian Micalessin

Lui lo corteggia spassionatamente. L’altro si fa desiderare come una nobildonna preziosa. La love story tra i due grandi vecchi della politica israeliana si snoda così a metà tra una partita di bridge e una di risiko. Se dirà di sì alle impetuose profferte del settantasettenne Ariel Sharon il riluttante ottantaduenne Shimon Peres gli porterà in dote l’anima meno estremista del laburismo, i ministri e i parlamentari preoccupati dal massimalismo del nuovo leader Amir Peretz e un sacco di voti moderati. Se rifiuterà Ariel Sharon si ritroverà comunque alla testa del più consistente partito della Knesset e dell’unica vera formazione centrista. A quel punto l’eterno sconfitto potrà solo scegliere tra il definitivo addio alla politica o un ruolo di secondo piano messogli a disposizione dallo scostante, ma vittorioso Peretz. Il premio Nobel per la pace ha dunque, in teoria, tutto da guadagnarci. Abbandonando la casa laburista e raccogliendo il fazzoletto di Arik si ritroverà nuovamente vicepremier nei futuri governi e al secondo posto nella gerarchia di Kadima («Avanti») la nuova formazione guidata da Sharon. Il matrimonio dei due grandi vecchi innescherebbe l’ultimo scossone allo scenario politico israeliano trasformando anche i laburisti di Peretz in un partito residuale al pari del Likud. Al centro invece avanzerebbe un Kadima senza rivali, forte di una irresistibile maggioranza e di un prestigio internazionale senza pari. Una macchina da guerra con cui rivoluzionare e riedificare il sistema politico israeliano passando all’elezione diretta del primo ministro e all’elezione su base regionale dei parlamentari. Un sistema, nei piani di Ariel Sharon, legato a doppio filo all’elettorato e garantito dal rischio ribaltoni. Dunque la posta in gioco è assai alta e comprende oltre agli assetti regionali, gli accordi con i palestinesi e i rapporti con i Paesi arabi anche il futuro del paese. Proprio per questo Shimon Peres può permettersi di temporeggiare, cincischiare, contrattare. Con quell’offerta in mano e quella posta sul tavolo può nonostante l’umiliazione delle Primarie chiedere tutto e di più all’ex sindacalista Peretz. Consapevole del proprio ruolo a livello negoziale, del proprio prestigio sullo scenario internazionale e della propria consistenza in termini di consensi elettorali nonno Shimon sa – d’altra parte - di poter far attendere Sharon. Ora comunque il tempo è agli sgoccioli. Secondo la radio israeliana entro domani l’uomo simbolo del laburismo israeliano farà sapere allo spasimante in attesa se passeranno assieme quel che resta delle loro vite, anche se la radio dell’Esercito li da già per sposati. Secondo lo Yedioth Ahronot, principale quotidiano israeliano, Sharon avrebbe offerto a Peres di scegliere tra la posizione di vicepremier e quella importantissima, sul piano interno, di responsabile dei piani di sviluppo economici per il deserto del Negev e la ragione della Galilea. Haim Ramon un ex ministro laburista già passato a Kadima ritiene cruciale la scelta di Peres. «Assieme a lui – ha detto - Ariel Sharon potrà lanciare e guidare un nuovo processo politico».
Intanto Sharon deve pensare a come sestuplicarsi. Da ieri mattina sono effettive le dimissioni di otto ministri laburisti ma, secondo le direttive del procuratore generale, Sharon potrà nominarne di nuovi solo l’8 dicembre quando entrerà in funzione l’esecutivo chiamato a sbrigare l’ordinaria amministrazione fino al voto anticipato. Fino a quel giorno dovrà, dunque, assumere l’interim di tutti i dicasteri dimissionari meno quello di Haim Ramon e del vice premier Peres. In questo modo il neonato Kadima controlla di fatto già otto posti nel governo di 20 ministri. Dal punto di vista della consistenza parlamentare è al livello dei laburisti forti di venti seggi.
Sul fronte dei rapporti con i palestinesi il tema all’ordine del giorno è intanto quello di una possibile grazia a Marwan Barghouti. Arrestato nel maggio 2002 e condannato a cinque ergastoli per terrorismo Barghouti ha dominato la prima tornata delle primarie di Fatah confermando l’opinione di chi lo considera l’unico in grado di avviare una seria riforma dell’Anp controllando nel contempo ci gruppi armati. Il presidente Moshe Katsav ha seccamente escluso la possibilità di una grazia per ragioni non umanitarie ma politiche. Secondo il ministro israeliano dei trasporti, Meir Sheetrit, transitato dal Likud al partito di Sharon, Barghouti potrebbe invece venir scarcerato nel quadro di un accordo di pace con i palestinesi. «In politica – ha detto Meir - non bisogna mai dire mai».