Perfino negli Usa ora fa paura lo strapotere dei colossi

La parola del momento è «techlash». A renderla popolare e a usarla sempre più spesso sono i giornali americani, che ne hanno fatto un termine abituale del dibattito politico. Deriva dall'unione di due termini: tech, tecnologia, e backlash, controreazione-contraccolpo; indica la protesta contro lo strapotere del grandi colossi dell'hi tech Usa. «Esaltati come personificazione del genio americano ora sembrano avere troppo potere», ha scritto il New York Times. «Visti un tempo come una forza capace di migliorare le nostre vite e di renderci più intelligenti, ora sono accusati di eccitare, instupidire e opprimere le masse». Per la prima volta, almeno in questi termini, Google, Facebook, Amazon e Apple sono finite nel mirino dell'opinione pubblica.

Una senatrice democratica, Elizabeth Warren, candidata alle presidenziali dell'anno prossimo, ha chiesto l'intervento dell'anti-trust e lo spezzettamento di conglomerate così ricche da potersi permettere di acquisire i potenziali concorrenti, come ha fatto Facebook con Instagram e Whattsapp. Il principio, sostiene la senatrice, è che i giganti devono scegliere: chi gestisce una piattaforma per gli scambi non può anche vendere o comprare in proprio. Il rischio di conflitto di interesse è troppo alto. «O si fa l'arbitro o si gioca. Non si può fare l'uno e l'altro».

L'Europa da questo punto di vista ha già affondato il colpo. Dal 2017 Google ha collezionato multe antitrust per la bella cifra di 10 miliardi di euro. Colpa di pratiche anti-concorrenziali nel settore della pubblicità e dei sistemi operativi per telefonini (Google gioca in casa con Android), di cattive abitudini del motore di ricerca che privilegiava gli interessi della società rispetto a quelli di altre aziende. Sempre a Bruxelles nei mesi scorsi sono stati aperti procedimenti anche contro Amazon ed Apple, accusati di danneggiare concorrenti e aziende terze che non venivano messe su un piano di parità.

Per il momento si tratta ancora di punture di spillo, e la potenza del cosiddetto Big Tech resta immutata. Apple siede per esempio su un tesoretto di riserve da 237 miliardi. Facebook e Google da sole si dividono oltre il 50% del mercato della pubblicità online americana. Qualche difesa possono permettersela: una è al Dipartimento di Giustizia, Il capo della divisione anti-trust, Makan Delrahim, ha lavorato per anni come lobbista per Google e Apple.