Pericle, il mare e una figlia perduta

Il mare. È questa la felice ossessione che attraversa gli ultimi lavori di Antonio Latella. E se dovremo aspettare la fine di novembre per vedere, all’Argentina, il Moby Dick di Melville in cui il regista campano dirigerà Albertazzi, ora abbiamo modo di apprezzare l’intenso Pericle di Shakespeare nato all’interno dello stage tenuto da Latella con quindici giovani attori belgi, portoghesi, francesi, spagnoli e italiani per il Projet Thierry Salmon (erede della prestigiosa École des Maîtres inaugurata nel ’90 da Franco Quadri e sostenuta dall’Eti). Stage trasformatosi, quest’estate, in una produzione compiuta, che accorpa in sé la vivace esperienza didattica dell’atelier internazionale e la voglia di suggellarla con un esito scenico definitivo. Sono stati infatti proprio gli allievi del Thierry Salmon (tutti under trenta) i principali sostenitori/artefici dello spettacolo, atteso al Quirino da domani a venerdì e preceduto dal grande consenso già raccolto alla Biennale di Venezia. Il quarantenne Latella continua a setacciare i territori sterminati della drammaturgia shakespeariana. Stavolta la sua attenzione si posa su un’opera anomala (tra l’altro di incerta paternità e di non facile datazione) che sfiora i confini del romance, ma che indubbiamente contiene in sé temi affini a quelli dei capolavori più celebri. «Pericle - spiega il regista - è un uomo, un eroe che sotto i piedi non ha quasi mai la terraferma, ma sceglie il mare come culla del suo peregrinare alla ricerca di una verità». E questa verità riguarda il riconoscimento di una figlia, Marina. Riguarda un’agnizione a lungo sperata. Ma riguarda prima di tutto un tortuoso viaggio di avvicinamento alla propria identità. Continuamente osteggiato e ostacolato, l’Uomo-Pericle deve però scendere a patti con il destino, con gli dei, con il caso, riannodando l’ineluttabile filo che lo tiene legato alla tragedia greca. Spetta infatti a un Coro personificato dal vecchio poeta Gower il compito di seguire e farci seguire il tracciato di questa ennesima avventura umana intrisa di tutte le contraddizioni e le fragilità che ci accomunano. Tanto più comunicativa perché affidata ad interpreti capaci di un’espressività fortemente fisica; a un intarsio corale giocato sulla sovrapposizione di lingue diverse e ad una significativa alternanza di levità e pesantezza, luci e ombre. Da vedere.