Il pericolo dietro gli eroi in servizio permanente

In democrazia l’eroe non può che essere una figura eccezionale, da venerare con il massimo della riconoscenza, ma da considerare come soluzione di «emergenza», prova che «qualcosa» non funziona e che grazie allo spirito di sacrifico e talvolta al martirio dei singoli, bisogna trovare la strada per tornare alla normalità di uno stato democratico che funziona fisiologicamente senza eroi. Splendidi eroi sono i giudici Emilio Alessandrini e Guido Galli che contrastarono i terroristi impegnati a colpire il cuore dello Stato. Eroi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (e prima di loro Cesare Terranova e Rocco Chinnici e altri ancora) che contrastarono un’altra organizzazione come la mafia anche questa tesa a disarticolare lo Stato. Ma eroi ben consapevoli del proprio «limite».
Quando dall’eccezionalità dell’eroismo di singoli si passa all’idea di un «eroismo permanente», strutturale, che sostituisca la funzionalità delle istituzioni e la centralità di un sistema fondato sulla sovranità popolare, si fa un passo oltre alla logica di una democrazia liberale con una prospettiva disseminata di precedenti pericolosi. Non si tratta qui di disconoscere il valore personale dei singoli, per esempio di un pm come Antonio Ingroia che da anni vive in condizioni impossibili per il suo impegno di lotta alla mafia avendo corso a lungo rischi serissimi per la propria vita. Si tratta di ricordare però come la retorica dell’eroismo, dello spirito di sacrificio personale contrapposta al funzionamento delle istituzioni democratiche rimandi a tragici esiti autoritari. Non esposero la propria vita al massimo sacrificio, quei militari che nella Grande Guerra resistettero sul Piave, contrattaccarono e salvarono così l’Italia da una devastante sconfitta? Non erano eroi gli «arditi» che difesero la Patria?
Il movimento socialista disprezzando quei militari ed eroi contribuì a creare gli infausti esiti del fascismo. Ma la logica dell’eroe che si sostituisce alla politica corrotta, alla democrazia «aritmetica» come la chiama un pm palermitano con disprezzo, non nasce solo dagli errori di chi allora guidava il movimento operaio, nasce da una filosofia illiberale, da un superomismo, dal disprezzo per la gente comune (i berluscones, diremmo oggi). E da questo humus che nasce il superdecorato Arrigo Dumini, l’eroe che prima mise a rischio la propria vita per la Patria, e poi «sistemò» il partitocrate Giacomo Matteotti, un fanatico sostenitore delle aule sordide e grigie, della «democrazia aritmetica».
E non è un caso che la grande parte dei «caduti» per mano delle Br, dei terroristi, della mafia siano riformisti, particolarmente attenti a non ledere il funzionamento della concreta democrazia che si esprime nelle istituzioni della sovranità popolare. Sia al fanatico estremista sia alla criminalità organizzata quello che fa più paura è un’azione repressiva coordinata al potere democratico che completa l’azione investigativa con la crescita della politica.