IL PERICOLO DI RESTARE SUL BINARIO MORTO

Caro Sindaco, da pendolare della Cultura, le scrivo queste righe dall'Intercity Cycnus delle 19.05 da Milano per Genova. Rubando un verso a Baudelaire e adattandolo per l'occasione, direi: «Uomo libero sempre tu amerai il treno».
Senza i treni per Milano non avrei fatto il mestiere che faccio; i treni per Milano li ho sempre presi al volo: prima, ancora al liceo, correndo a vedere spettacoli che da noi non passavano (ricordo una straordinaria edizione dell'Orestea di Eschilo con Franco Parenti, vista in quel teatro che allora si chiamava Salone Pierlombardo), poi una volta in Accademia per seguirne i corsi: tutti i giorni, partenza 11.53 da Genova, rientro 21.15 da Milano. Quando ci si fermava a vedere uno spettacolo si rientrava con lo 00.05 e se lo perdevi restava quello delle 01.05. Erano treni mitici, esperienze di vita, da riciclare per anni e rivendere in cento regie: lo 00.05 raccattava professori di scuole serali, tecnici di teatro, qualche studente come me e decine di puttane. Si restava pigiati, tutti insieme, negli scompartimenti sempre troppo caldi o troppo freddi, si ascoltavano storie strane. Come la puttana con l'orologio fermo che, poveraccia, il giorno prima era restata in mezzo alla nebbia di Voghera sempre convinta che fossero le 23 e il treno l'aveva perso e aveva dovuto barattare un passaggio con un cliente. O il ragazzo rumeno che parlava perfettamente italiano e correva veloce verso la Francia per passare il confine: fuggiva da una dittatura di cui in Italia non sapevamo ancora nulla; ma a Trieste nel 1988, quando le frontiere per altri erano un colabrodo, a lui negarono l'asilo politico e rimediò solo un permesso di transito per 48 ore. Si diventava amici per aver superato uno sciopero insieme, per essersi organizzati, tra pullman e taxi collettivi, per arrivarci comunque al lavoro. E poi le paure condivise: il Po in piena illuminato dalle fotoelettriche militari e il treno che passa lento sul ponte di ferro e l'acqua che la vedi sotto di te a pochi metri. O i ladri che scivolavano silenziosi negli scompartimenti e tu potevi dormire sì, ma con un occhio solo, pronto a scattare. E quante volte, a Principe, svegliandomi all'improvviso, sono sceso di corsa, con le scarpe in mano per non ritrovarmi a Ventimiglia… Quante volte ho scritto pagine di reclami sul registro viaggiatori a Principe, quante volte mi sono rifiutato di mostrare il mio abbonamento per protestare perché si viaggiava come bestie nel gelo… I treni sono cultura, i treni uniscono, come i fiumi, come il mare. I treni sono possibilità per chi studia, per chi lavora (...)