IL PERICOLO DELLA ROTTURA

Nelle 24 ore seguite al «gran rifiuto» di Ciampi, il militarizzato bipolarismo italiano è stato all'improvviso sospeso. L'incontro tra i rappresentanti delle due metà del Paese è un buon inizio. E il dialogo potrà avere un seguito, potrà cioè portare ad una candidatura comune se l'Unione è davvero mossa dall'intenzione di non voler imporre unilateralmente il suo presidente e di non voler sciogliere le proprie tensioni interne con le chiavi del Quirinale. Nonostante il segno positivo impresso da Prodi alla giornata, nel momento in cui ha chiesto di parlare a tu per tu con Berlusconi, non c'è ancora una chiara risposta alla domanda se nel centrosinistra l'idea della garanzia istituzionale corrisponda ancora al risarcimento dovuto alla Quercia o se invece rifletta la preoccupazione di insediare sul Colle una figura di garanzia. È un'impresa possibile eleggere al Quirinale una personalità che non sia di parte. Lo dimostra il settennato di Ciampi, eletto in una stagione in cui era già consolidato il muro contro muro bipolare. Lo dimostrano altre scelte, compiute lungo l'intera storia repubblicana, perfino nel pieno della «guerra fredda». Anzi si può dire che le presidenze più deboli e più controverse - mi vengono in mente gli sfortunati Antonio Segni e Giovanni Leone - siano state proprio quelle contrassegnate dalla rottura, avvenuta in Parlamento, dei due schieramenti che si fronteggiavano.
Oggi, ci sono ulteriori motivi per evitare che si riproduca quel pericolo. C'è un elettorato diviso in due parti eguali. C'è un sistema politico debole. C'è il carattere ibrido della coalizione che detiene la maggioranza parlamentare. C'è, nelle culture espresse dal centrosinistra, una visione proprietaria delle istituzioni e della società, dal centro dello Stato alle sue periferie, snodandosi lungo gli articolati fili dei poteri non elettivi. C'è appunto il rischio dell'esclusione della metà dell'Italia. L'autosufficienza della maggioranza non può tradursi nel disegno di privare l'opposizione delle garanzie a cui ha diritto. L'elezione unilaterale di un presidente della Repubblica avrebbe questo valore simbolico negativo, direbbe che le istituzioni sono di parte, direbbe che l'Italia ha un capo dello Stato dimezzato. C'è questa consapevolezza nell'Unione? A sentire la gran parte dei suoi maggiori esponenti non è chiaro. Anzi, sembra trasparente il contrario. Sembra che tutti i calcoli convergano su un punto: sul risarcimento diessino e sulla confusa partita che ha al suo centro la candidatura di D'Alema. Confusa, perché di chiaro c'è solo che l'ascesa del presidente della Quercia al Quirinale lascerebbe a Fassino un posto chiave nel governo, c'è che in molti - forse a cominciare dallo stesso Prodi - calcolano che questa soluzione stabilizzerebbe la maggioranza, c'è che altri - penso a Rutelli e Veltroni - non sarebbero proprio soddisfatti, perché temono a ragione un asse di ferro tra il Colle, Palazzo Chigi e Montecitorio. Insomma di chiaro c'è un'oscura competizione che investe presente e futuro del centrosinistra. Con l'Italia sullo sfondo. Se lo scopo del dialogo cercato ieri, dopo giorni di ostinato rifiuto, è solo quello di trovare un consenso per risolvere i problemi dell'Unione - per convincere di quel che D'Alema non può oggettivamente rappresentare, cioè di essere un candidato di garanzia - siamo ben lontani dalla soluzione del problema. Se invece è l'inizio di un vero dialogo - come Berlusconi aveva chiesto all'indomani del voto - il bipolarismo ha la chance di diventare più virtuoso. Lo sapremo comunque presto.