Il pericolo è servito: nel piatto abbonda la truffa alimentare

Dai molari nei confetti all’acqua ossigenata nel latte. E l’87% degli italiani non si fida più del cibo

Federica Artina

da Milano

Aprire una confezione di confetti e ritrovarsi in bocca un molare perso da un altro. Oppure cucinare dei carciofi e vederne uno che manco fosse una «bomba», si incendia perchè intriso di fitofarmaci a base di azoto. Una lista disgustosamente incredibile che passa anche per scarafaggi tra i panini destinati alle mense scolastiche, latte «corretto» all’acqua ossigenata, cozze allevate in acque super inquinate e vini «aromatizzati» con fertilizzante e zucchero. Senza contare le dispense dei ristoranti - anche di lusso - sature di cibi scaduti. Fotografia del Belpaese o di quello che ne rimane, brandelli di quella che fu la grande tradizione culinaria della nostra nazione e ora ridotta a un ammasso di scarti industriali. Il risultato è scontato: l’87% degli italiani non si fida più di quello che mangia e bolla la filiera di produzione come «molto rischiosa». E guai a parlare di Ogm - gli organismi geneticamente modificati - ai nostri connazionali: l’altolà è più che mai fermo e deciso, con il 94,4% che punta deciso sul «no, in nessun caso».
Numeri decisamente preoccupanti che emergono dall’indagine «Truffe a tavola 2005», il secondo rapporto sulle frodi agroalimentari stilato dal Movimento difesa del cittadino in collaborazione con Legambiente e finanziato dal ministero delle Attività Produttive e presentato ieri a Roma. I dati emersi dall’indagine sono ben poco incoraggianti: nel 2004 i carabinieri del Nas hanno sequestrato merci alimentari per il valore complessivo di oltre 100 milioni di euro - il 21% in più rispetto al 2003 -, chiuso 925 strutture per motivi di salute pubblica, e congelato 442 marchi per abuso o appropriazione illecita di denominazioni certificate.
Una spiegazione di questo declino prova a darla Antonio Longo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino: «Il fenomeno dell’importazione clandestina di prodotti alimentari di cui ignoriamo provenienza e metodi di coltivazione, allevamento e trattamento ha fatto precipitare la qualità del mercato». Prodotti destinati, nella maggior parte dei casi, agli hard discount e ristoranti etnici, dove nello scorso anno sono stati ritrovati 1200 quintali di grano inquinato e di scarti animali macellati e pronti per la vendita.
La posta in gioco è molto alta: oltre alla nostra salute, infatti, è a rischio anche la qualità dell’ecosistema. Come ha spiegato Carlo Petrini, presidente di Slow Food: «La produzione alimentare condotta su criteri industriali di iperproduttività toglie fertilità alla terra, la priva di acqua e finisce per avvelenare il pianeta». Tanto vale, dunque, tornare alle più sane - anche se dispendiose - tradizioni del «fatto in casa». Quelle, almeno, non tradiscono mai.